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Comprendere e prendere il nostro posto nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse - Intervento di proletari comunisti/PCm sulla rivolta dei giovani
Noi siamo proletari comunisti, cioè un'avanguardia del proletariato che lavora per costruire il partito del proletariato. Non siamo “i giovani”, né tantomeno siamo movimentisti . Noi dobbiamo posizionare l'avanguardia proletaria e far corrispondere a questo posizionamento il tipo di propaganda, di agitazione, di partecipazione e di organizzazione.
Innanzitutto dobbiamo comprendere che quello che succede è in sostanziale sintonia con quello che abbiamo cercato di dire, e anche in parte di fare, già dal gennaio di quest'anno, quando in occasione degli scontri del 31 gennaio a Torino, durante la manifestazione di Torino, abbiamo considerato che il posizionamento in/su quella manifestazione era un problema fondamentale.
Era il segno dei tempi, il segno all’interno dell'analisi generale e particolare che abbiamo fatto in questo ultimo periodo, sia prima del 31 che successivamente.
A quell'analisi non poteva che corrispondere un determinato sviluppo. E noi non potevamo né fare i profeti né tantomeno gli osservatori, ma dovevamo starci e vedere ciò che era principale e ciò che era secondario, ciò che effettivamente segnava il tipo di sviluppo che il movimento avrebbe potuto avere.
Su questo abbiamo anche colto strada facendo l'urgenza di un nostro cambio di passo, di salto di qualità.
Le caratteristiche specifiche di questo movimento dei giovani in corso sono prima di tutto fondate su analisi che vengono da lontano, che origina il filone particolare rappresentato dalla nostra organizzazione e dal nostro lavoro. Noi abbiamo un'ideologia simile a tante altre organizzazioni nel
movimento comunista internazionale, molto meno nel nostro paese dove chi fa riferimento alla nostra ideologia la interpreta in maniera sostanzialmente degradata, annacquata, che impedisce nel nostro paese una unità ideologica tra le forze che si rifanno alla ideologia del proletariato. Nello stesso tempo noi siamo rappresentanti di un filone storico che viene da lontano, il filone che va da Agit/Prop a Rossoperaio, alla fondazione di un'organizzazione partitaria, alla sua pratica, teoria.In tutto questo lungo periodo abbiamo costruito un filo rosso del nostro modo di pensare ed agire che è il fondamento della nostra stessa esistenza e identità. Stiamo cercando, su questa base, di costruire ciò che serve al proletariato, cioè il partito, il fronte e la lotta di combattimento necessaria dentro il processo della rivoluzione. Ci proviamo, ci riproviamo, falliamo e ricominciamo, perché devono anche cambiare le circostanze storiche.
Occorre mettere all'ordine del giorno la costruzione del Partito marxista-leninista-maoista; non il partito in senso generico e generale, che tanti compagni, quasi per senso comune, dicono che deve esistere, che bisogna costruire, ma il partito della rivoluzione. Il partito della rivoluzione, l'unica vera applicazione della nostra scienza alla realtà concreta.
Sappiamo che questa strada è lunga e tortuosa, quando si dice “lunga e tortuosa” significa che si muove per salti, per opportunità e sfide, non per il lento accumularsi delle forze; quest'ultima è una teoria revisionista e una prassi opportunista, né tantomeno per il cavalcare i movimenti in quanto tali. Ma cogliere i salti e le trasformazioni in connessione con l'analisi della situazione internazionale attuale e in connessione con l’analisi dei movimenti reali, che, a differenza di quanto si può pensare, continuano ad avere la stessa dinamica storica.
E’ sempre il biennio rosso, 68-69 il riferimento. Gli anni passano, le trasformazioni dell'imperialismo e le esperienze del movimento operaio e delle masse si arricchiscono – ma pure dimenticano le lezioni passate; quindi è un continuo apparire e riapparire, con le opportunità e le sfide, per metterci alla prova, in una dimensione che va dal piccolo al grande e non tanto dal particolare al generale, perché il generale è più importante del particolare, dove il particolare sta nel rimanere nel localismo, nelle lotte specifiche che si fanno, il particolare sta in una visione che non capisce che i salti che avvengono sul generale cambiano lo stato delle cose, e chiaramente c'è poi il difficile lavoro di calare nel particolare il generale, ma dove è il particolare che si deve adeguare al generale, non il generale al particolare.
Questo nasce dagli insegnamenti del movimento comunista storico, del movimento degli oppressi in generale e dal concentrato dei contenuti della nostra scienza e dei nostri maestri.
L'editoriale che abbiamo fatto su questo blog - https://proletaricomunisti.blogspot.com/2026/10/pc-19-sottobre-le-giornate-di-venerdi-e.html - prova a fotografare due giornate e vederne l'antefatto per
indicarne la vera natura, al di là delle apparenze, al di là della coscienza soggettiva che possono avere i soggetti in campo; nei paesi imperialisti sono le grandi città che segnano la lotta di classe, perché solo nelle grandi città possono esplodere movimenti che hanno una dimensione qualitativa e quantitativa che fanno vedere come è la realtà, come le cose che denunciamo, le cose che diciamo trovano corpo nella realtà. E' qui il punto da capire subito e posizionarsi.Un posizionamento da un lato tracciato, da un lato non tracciato, che bisogna inventarsi per renderlo praticabile e vivo.
Se queste rivolte della gioventù studentesca e proletaria durano e si generalizzano oggi sono più importanti delle manifestazioni della Palestina, non certo per metterle in contrapposizione, ma perché segnano il tempo della rivolta in questo paese, che è l'unico vero sostegno che si può dare al movimento palestinese – come diceva Lenin: il miglior aiuto che si può dare ai popoli oppressi è la rivoluzione nel proprio paese - certamente in una dialettica, in cui a volte è principale il sostegno, perché là ci si abbevera alla lotta centrale contro l'imperialismo. Oggi è principale il segnale che viene dai “sabato e domenica di Milano”
E' come se il movimento per la Palestina ha prodotto la generazione che in questo momento è scesa in lotta.
Su questa lotta della gioventù sarebbe sbagliato ora fare dei paragoni. Per esempio, la differenza con il 68 è davvero grande, perché all'epoca si conosceva un solo movimento, quello rivoluzionario, quello del lungo corso proveniente dal post-Resistenza e che nel nostro paese si incarnava in tante energie che dentro la crisi del revisionismo nascevano e per cui il riferimento pressoché immediato era il movimento comunista e per di più nella sua variante che aveva sconvolto il mondo capitalista/imperialista, la Grande rivoluzione culturale proletaria della Cina di Mao, il vento dell'Est, il Vietnam e così via. Ora le cose stanno parecchio diverse. Anche in Francia è così, c'è un'ottobre francese che somiglia al maggio francese, ma non è il maggio ‘68 francese, in cui il movimento degli studenti riuscì a contagiare il movimento operaio e il movimento operaio prese il suo posto nello scontro di classe.
Però per quanto differenti i movimenti possono essere, i fatti ci dimostrano che sempre lì vanno a parare e lì dobbiamo stare.
Non è un caso che la frase finale dell’Editoriale che abbiamo scritto è “una gioia e non una preoccupazione”, è il nostro richiamo della foresta, è stare nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse.
Noi siamo attrezzati per questo; e se necessario, dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare, il nostro stile di lavoro, il nostro stile di vita per corrispondere alle dinamiche del movimento, chiaramente allo stadio in cui noi possiamo corrispondere, che è soprattutto teoria, analisi, propaganda, agitazione, avendo a cuore la parte proletaria della gioventù e avendo a cuore la parte centrale del proletariato che è la classe operaia.
Le lotte della classe operaia delle grandi fabbriche vale più di cento lotte di qualsiasi genere per la formazione del partito della rivoluzione, che nei paesi imperialisti e non solo, deve guidare l'insurrezione, perché essa è l'elemento chiave, sia quando è culmine, sia quando è esperienza che permette di individuare la strada e di cambiare lo stato delle cose e passare da uno stadio all'altro.
Il 68 ci ha insegnato: “nasce il partito dell'insurrezione”, attraverso spesso le forme più inaspettate. E oggi nei paesi imperialisti, nei paesi oppressi dall’imperialismo quello che è all'ordine del giorno è l'insurrezione.
Questo partito dell'insurrezione prima è informale, prima è incarnato da soggetti che ora stanno, ora non ci stanno, ora ci sono e poi vengono superati. Da cosa? Dall'organizzazione proletaria e comunista - che si oppone al revisionismo, all'opportunismo e che si mette all'altezza dell'insurrezione.
Le giornate di venerdì e sabato sono state per il nostro paese importanti. Venerdì vi sono state le grandi manifestazioni studentesche che hanno portato nelle piazze di tante città italiane, in primis le grandi, circa 400mila studenti. Esse effettivamente segnano l’ingresso in campo di un grande movimento studentesco, innescato da due fattori, esterno e interno, che si sono influenzati reciprocamente.
Primo di tutti il movimento di solidarietà con la Palestina, che ha mostrato come un’area significativa degli studenti ha scelto da che parte stare e si è impegnata a portare i combattimenti all’interno delle scuole del nostro paese. Un gigantesco movimento solidale che dentro le Università ha messo in discussione i rapporti tra Italia e Israele, e, per naturale prosecuzione, industria bellica e guerra imperialista. In entrambi si è cominciato a colpire netto e chiaro il governo e le Istituzioni italiane, caratterizzate dalla complicità con il genocidio e dal ruolo costante del governo, nella marcia verso la guerra, nel sostenere l’industria bellica e l’economia di guerra. Questo movimento ha riguardato essenzialmente le aree più politicizzare e meglio organizzate nella scuola, ma ha sicuramente contagiato una generazione di ragazzi e ragazze che è cresciuta e si è impegnata, e soprattutto si è scontrata perché la reazione del governo, dello Stato, dell’autorità scolastica è stata la repressione e la violenza.
Tutti i governi del capitale e dell’imperialismo hanno reagito nella stessa maniera, ma la natura fascisteggiante di questo governo vi ha aggiunto un carico da 90 coi decreti sicurezza e calando all’interno generale della scuola ideologie, programmi e azioni, volte a militarizzare la scuola, subordinarla, insieme all’alternanza scuola-lavoro, ai piani e programmi della borghesia imperialista italiana, delle borghesie imperialiste europee e, data la particolare natura del governo Meloni, del capo stipite dell’imperialismo, l’imperialismo Usa e del caporione di tutti i fascismi, Trump.
Questo è stato l’obiettivo detonatore del movimento attuale.
Ma il movimento sceso in campo in queste ultime settimane ed espressosi in questi giorni non è la stessa cosa, non è di pura continuità.
Il movimento colpisce al cuore la condizione studentesca, i costi della scuola, e vede questi costi dentro i costi generali dello scarico della crisi e delle guerre sulla condizione generale dei proletari e delle masse popolari.
Questo chiaramente mobilita le scuole di ogni ordine e grado e chiama in campo una generazione di giovanissimi che le frequenta.
Al fattore Palestina, anima del movimento e detonatore, si è aggiunta la questione Francia, e non solo.
In Francia, come storicamente avviene, dal maggio ’68 francese ai giorni nostri, ma senza alcun parallelismo superficiale, è davvero esploso un movimento possente nelle scuole, partito pressoché interamente dalla situazione delle scuole e dal rapporto tra le scuole e il bilancio generale dello Stato imperialista, di cui la guerra la fa sempre più da padrone.
L’ondata possente, tumultuosa, incalzante, con una dimensione di rivolta della Francia, ha parlato forte e chiaro attraverso gli schermi televisivi, i social e come sempre con l’incredibile tam-tam che stravolge e contrasta la narrazione delle borghesie imperialiste, dei suoi governi, dei suoi mass media, e mette in luce l’elemento centrale dello Stato che, quando i movimenti sono reali, mostra la sua natura nuda e cruda: lo Stato di polizia, la violenza di Stato, la reazione alla ribellione. Ma la repressione non spegne ma alimenta la ribellione.
La dimensione dello scontro di piazza è l’elemento che da valore ai movimenti e alla lotta, è esso che fa apparire come dietro lo scontro sociale c’è “l’idra della rivoluzione”. E’ questa la forza del movimento in Francia e il messaggio principale che buca lo schermo delle borghesie imperialiste e dei suoi governi e che arriva anche in Italia.
La cosa peggiore che possono fare i comunisti rivoluzionari e non guardare a questo; guardare l’albero e non la foresta e dimenticare la natura eterna e scientifica delle frasi di Mao Tse-tung: “E’ giusto ribellarsi”, “E’ la scintilla che accende le praterie”, “Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.
E, come si vede, via via che il movimento alza il tiro, con buona pace di tutti i riformisti, gli opportunisti, il movimento si allarga e non si restringe e raggiunge la materia incandescente della gioventù proletaria. La gioventù proletaria che viene dalle periferie, dalle banlieues francesi e da quelle italiane.
E quando questo avviene, lo scontro cambia natura, non è la condizione della scuola che è al centro, ma la condizione fuori della scuola, che oggi in realtà impatta sul problema dei problemi dei proletari e delle masse povere, il carovita. i governi della miseria, le famiglie costrette a privarsi di tutto, questo spiega come ad un venerdì si aggiunge un sabato.
Il sabato di fuoco di Milano, Torino, Bologna, e latente in altre città minori, ci dice chiaro che “s’avanza uno strano soldato”,
Per i proletari, i comunisti, i rivoluzionari è una gioia non una preoccupazione; è il nostro “richiamo della foresta”. Ed è lì nel fuoco della lotta di classe, in stretto legame con le masse che dobbiamo stare.





