Friday, October 23, 2026

italian proletarian youth revolt - proletari comunisti /CPmaoist Italy - against revisionists, right opportunism and all pices 'phony' maoists

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Comprendere e prendere il nostro posto nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse - Intervento di proletari comunisti/PCm sulla rivolta dei giovani

Noi siamo proletari comunisti, cioè un'avanguardia del proletariato che lavora per costruire il partito del proletariato. Non siamo “i giovani”, né tantomeno siamo movimentisti . Noi dobbiamo posizionare l'avanguardia proletaria e far corrispondere a questo posizionamento il tipo di propaganda, di agitazione, di partecipazione e di organizzazione.

Innanzitutto dobbiamo comprendere che quello che succede è in sostanziale sintonia con quello che abbiamo cercato di dire, e anche in parte di fare, già dal gennaio di quest'anno, quando in occasione degli scontri del 31 gennaio a Torino, durante la manifestazione di Torino, abbiamo considerato che il posizionamento in/su quella manifestazione era un problema fondamentale.

Era il segno dei tempi, il segno all’interno dell'analisi generale e particolare che abbiamo fatto in questo ultimo periodo, sia prima del 31 che successivamente.

A quell'analisi non poteva che corrispondere un determinato sviluppo. E noi non potevamo né fare i profeti né tantomeno gli osservatori, ma dovevamo starci e vedere ciò che era principale e ciò che era secondario, ciò che effettivamente segnava il tipo di sviluppo che il movimento avrebbe potuto avere.

Su questo abbiamo anche colto strada facendo l'urgenza di un nostro cambio di passo, di salto di qualità.

Le caratteristiche specifiche di questo movimento dei giovani in corso sono prima di tutto fondate su analisi che vengono da lontano, che origina il filone particolare rappresentato dalla nostra organizzazione e dal nostro lavoro. Noi abbiamo un'ideologia simile a tante altre organizzazioni nel

movimento comunista internazionale, molto meno nel nostro paese dove chi fa riferimento alla nostra ideologia la interpreta in maniera sostanzialmente degradata, annacquata, che impedisce nel nostro paese una unità ideologica tra le forze che si rifanno alla ideologia del proletariato. Nello stesso tempo noi siamo rappresentanti di un filone storico che viene da lontano, il filone che va da Agit/Prop a Rossoperaio, alla fondazione di un'organizzazione partitaria, alla sua pratica, teoria.

In tutto questo lungo periodo abbiamo costruito un filo rosso del nostro modo di pensare ed agire che è il fondamento della nostra stessa esistenza e identità. Stiamo cercando, su questa base, di costruire ciò che serve al proletariato, cioè il partito, il fronte e la lotta di combattimento necessaria dentro il processo della rivoluzione. Ci proviamo, ci riproviamo, falliamo e ricominciamo, perché devono anche cambiare le circostanze storiche.

Occorre mettere all'ordine del giorno la costruzione del Partito marxista-leninista-maoista; non il partito in senso generico e generale, che tanti compagni, quasi per senso comune, dicono che deve esistere, che bisogna costruire, ma il partito della rivoluzione. Il partito della rivoluzione, l'unica vera applicazione della nostra scienza alla realtà concreta.

Sappiamo che questa strada è lunga e tortuosa,  quando si dice “lunga e tortuosa” significa che si muove per salti, per opportunità e sfide, non per il lento accumularsi delle forze; quest'ultima è una teoria revisionista e una prassi opportunista, né tantomeno per il cavalcare i movimenti in quanto tali. Ma cogliere i salti e le trasformazioni in connessione con l'analisi della situazione internazionale attuale e in connessione con l’analisi dei movimenti reali, che, a differenza di quanto si può pensare, continuano ad avere la stessa dinamica storica.

E’ sempre il biennio rosso, 68-69 il riferimento. Gli anni passano, le trasformazioni dell'imperialismo e le esperienze del movimento operaio e delle masse si arricchiscono – ma pure dimenticano le lezioni passate; quindi è un continuo apparire e riapparire, con le opportunità e le sfide, per metterci alla prova, in una dimensione che va dal piccolo al grande e non tanto dal particolare al generale, perché il generale è  più importante del particolare, dove il particolare sta nel rimanere nel localismo, nelle lotte specifiche che si fanno, il particolare sta in una visione che non capisce che i salti che avvengono sul generale cambiano lo stato delle cose, e chiaramente c'è poi il difficile lavoro di calare nel particolare il generale, ma dove è il particolare che si deve adeguare al generale, non il generale al particolare.

Questo nasce dagli insegnamenti del movimento comunista storico, del movimento degli oppressi in generale e dal concentrato dei contenuti della nostra scienza e dei nostri maestri.

L'editoriale che abbiamo fatto su questo blog - https://proletaricomunisti.blogspot.com/2026/10/pc-19-sottobre-le-giornate-di-venerdi-e.html - prova a fotografare due giornate e vederne l'antefatto per

indicarne la vera natura, al di là delle apparenze, al di là della coscienza soggettiva che possono avere i soggetti in campo; nei paesi imperialisti sono le grandi città che segnano la lotta di classe, perché solo nelle grandi città possono esplodere movimenti che hanno una dimensione qualitativa e quantitativa che fanno vedere come è la realtà, come le cose che denunciamo, le cose che diciamo trovano corpo nella realtà. E' qui il punto da capire subito e posizionarsi.

Un posizionamento da un lato tracciato, da un lato non tracciato, che bisogna inventarsi per renderlo praticabile e vivo.

Se queste rivolte della gioventù studentesca e proletaria durano e si generalizzano oggi sono più importanti delle manifestazioni della Palestina, non certo per metterle in contrapposizione, ma perché segnano il tempo della rivolta in questo paese, che è l'unico vero sostegno che si può dare al movimento palestinese – come diceva Lenin: il miglior aiuto che si può dare ai popoli oppressi è la rivoluzione nel proprio paese - certamente in una dialettica, in cui a volte è principale il sostegno, perché là ci si abbevera alla lotta centrale contro l'imperialismo. Oggi è principale il segnale che viene dai “sabato e domenica di Milano”

E' come se il movimento per la Palestina ha prodotto la generazione che in questo momento è scesa in lotta.

Su questa lotta della gioventù sarebbe sbagliato ora fare dei paragoni. Per esempio, la differenza con il 68 è davvero grande, perché all'epoca si conosceva un solo movimento, quello rivoluzionario, quello del lungo corso proveniente dal post-Resistenza e che nel nostro paese si incarnava in tante energie che dentro la crisi del revisionismo nascevano e per cui il riferimento pressoché immediato era il movimento comunista e per di più nella sua variante che aveva sconvolto il mondo capitalista/imperialista, la Grande rivoluzione culturale proletaria della Cina di Mao, il vento dell'Est, il Vietnam e così via. Ora le cose stanno parecchio diverse. Anche in Francia è così, c'è un'ottobre francese che somiglia al maggio francese, ma non è il maggio ‘68 francese, in cui il movimento degli studenti riuscì a contagiare il movimento operaio e il movimento operaio prese il suo posto nello scontro di classe.

Però per quanto differenti i movimenti possono essere, i fatti ci dimostrano che sempre lì vanno a parare e lì dobbiamo stare.

Non è un caso che la frase finale dell’Editoriale che abbiamo scritto è “una gioia e non una preoccupazione”, è il nostro richiamo della foresta, è stare nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse.

Noi siamo attrezzati per questo; e se necessario, dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare, il nostro stile di lavoro, il nostro stile di vita per corrispondere alle dinamiche del movimento, chiaramente allo stadio in cui noi possiamo corrispondere, che è soprattutto teoria, analisi, propaganda, agitazione, avendo a cuore la parte proletaria della gioventù e avendo a cuore la parte centrale del proletariato che è la classe operaia.

Le lotte della classe operaia delle grandi fabbriche vale più di cento lotte di qualsiasi genere per la formazione del partito della rivoluzione, che nei paesi imperialisti e non solo, deve guidare l'insurrezione, perché essa è l'elemento chiave, sia quando è culmine, sia quando è esperienza che permette di individuare la strada e di cambiare lo stato delle cose e passare da uno stadio all'altro.

Il 68 ci ha insegnato: “nasce il partito dell'insurrezione”, attraverso spesso le forme più inaspettate. E oggi nei paesi imperialisti, nei paesi oppressi dall’imperialismo quello che è all'ordine del giorno è l'insurrezione.

Questo partito dell'insurrezione prima è informale, prima è incarnato da soggetti che ora stanno, ora non ci stanno, ora ci sono e poi vengono superati. Da cosa? Dall'organizzazione proletaria e comunista - che si oppone al revisionismo, all'opportunismo e che si mette all'altezza dell'insurrezione.

 

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 Giù le mani dai nostri ragazzi! La repressione non ferma la ribellione. In piazza con loro per la caduta del governo Meloni

Lo Stato borghese e i suoi magistrati, imbeccati dal governo, sostenuti da una campagna stampa oscena, ha cominciato a condannare i ragazzi che hanno dato vita alla rivolta nel weekend di Milano, con processi per direttissima, in una logica da tribunali speciali nei confronti di questi ragazzi che si sono ribellati e hanno detto chiaro perché lo hanno fatto, mettendo al centro il carovita e l'impossibilità di accedere ai beni normali così come ai beni dei negozi della Milano bene.

Scandalo! Hanno attaccato i negozi della Milano bene, scandalo! Hanno messo a ferro e fuoco il centro cittadino, scandalo! 

Hanno resistito e reagito alla polizia che era lì per picchiarli, massacrarli, bastonarli, arrestarli, fermarli, molestarli!

Ecco, questo è un ritratto pieno e chiaro della società borghese innanzitutto, la società dei ricchi e dei padroni che tratta come barbari chi si ribella e si ribella in realtà con ragioni molto valide che sono le ragioni di tutti i proletari e le masse povere di questo paese che vedono il carovita taglieggiare i loro salari e rendere sempre più la loro vita impossibile. Così come il carovita taglieggia anche chi non è strettamente povero, ma che comunque pensava di stare al sicuro rispetto ai poveri, ai migranti, avendo fiducia nel sistema capitalistico, nell'Italia borghese, nell'Italia della Meloni oggi, come ha avuto fiducia - non ripagata - nell'Italia dei governi di centro-sinistra e dei tecnici del Capitale.

“È giusto ribellarsi”, questo lo diciamo innanzitutto ai lavoratori, alle masse povere del nostro paese, delle nostre città, dei nostri quartieri. Che aspettiamo a ribellarci? Com'è possibile accettare un presente di precarietà carovita e un futuro in cui l'unica cosa certa è che vogliono fare la guerra? Fino a

quando possiamo accettare che i posti di lavoro vengano messi in discussione dai piani del Capitale e che i lavoratori sui posti di lavoro sono destinati a essere ipersfruttati o a morire - o, quando gli va bene..., a vivere assistiti di cassa integrazione quando la loro lotta riesce a fermare la marcia del licenziamento?

Noi veniamo dai blocchi dell'Ilva di Taranto: per quale motivo gli operai dell'Ilva di Taranto, che hanno bloccato per cinque giorni la città di fronte al piano di chiusura della fabbrica e ad una cassa integrazione permanente, ai licenziamenti per i lavoratori dell'indotto, per quale motivo gli operai dell'Ilva che hanno pagato un alto costo allo sfruttamento e alla gestione capitalistica della fabbrica, prima di Stato, poi di Riva, poi di ArcelorMittal e ora dei commissari, con morti sul lavoro, morti da lavoro e da inquinamento, per quale motivo non si dovrebbero ribellare?

Certo, non si ribellano come i giovani proletari di Milano, ma questo sta nelle cose, la gioventù quando si ribella non guarda in faccia a nessuno, non ha idee chiare, non ha appartenenze precostituite e certamente quando si ribella non si limita ad alzare la voce rispetto a ciò che li colpisce, ma esprime anche quel desiderio di prendersi tutto, di non accettare la società capitalistica come una immane massa di merci a cui ai giovani, per non dire alle loro famiglie, toccano le briciole, un'immane massa di merci che dà profitti e origina crisi e a cui loro sono esclusi.

“È giusto ribellarsi”, siamo incondizionatamente dalla parte della rivolta, della gioventù proletaria, logica conseguenza continua e discontinua del movimento degli studenti che sta attraversando il nostro Paese, innescato dalla solidarietà con il popolo palestinese, massacrato, perseguitato, dal genocidio cancellato nella intenzione dell'imperialismo e del sionismo israeliano, dai nuovi mostri della società imperialista. I giovani sono scesi in campo, hanno manifestato, hanno dato vita non solo alle manifestazioni grandi, con la più grande di tutte, quella del 4 ottobre dell'anno scorso, ma ad un conflitto quotidiano nelle università, contro le industrie belliche, e per cui hanno ricevuto repressione, arresti, cariche, violenze.

Questi giovani hanno ripreso il loro cammino nei giorni precedenti, la rivolta della gioventù proletaria di Milano e di Torino e di Bologna, che in 400.000 aveva riempito le strade, aveva attraversato le scuole, le città, i quartieri, i luoghi del conflitto, aveva indicato nel governo, nei suoi luridi ministri, le ragioni della sua opposizione, ma non solo, aveva indicato quelli che ci stanno dietro, i padroni del mondo, i padroni della ricchezza, da Trump ai governi imperialisti europei, aveva indicato in questi i responsabili della situazione nelle scuole. E chiaramente l'avevano indicato in continuità con la lotta che avevano iniziato da tempo e che aveva visto il terreno della Palestina come il detonatore, e ora chiaramente ‘chiamati alle armi’ dal grandissimo movimento che scuote la Francia di Macron.

Un nuovo maggio francese? nessun paragone serve più di tanto se non a dare il segno dei tempi, è il segno dei tempi che gli studenti francesi hanno messo a ferro e fuoco il loro paese, richiamato intorno alla loro lotta, coloro che si sentono colpiti dai governi, innanzitutto sul terreno del Carovita, ma non solo, sul terreno della condizione lavorativa e soprattutto nutriti di un'indignazione, che mentre loro stringono la cinghia e gli viene negato tutto, i ricchi invece si arricchiscono sempre di più, le grandi multinazionali, in tutti i settori, la grande finanza di cui il lurido governo Macron è espressione principe, contro costoro si sono ribellati, hanno bucato gli schermi, hanno attaccato la polizia, si sono scontrati con la polizia, hanno reso le città il teatro di una rivolta che ricorda le tante rivolte che i proletari e le masse popolari e in particolare la gioventù hanno dato vita.

Il vento di Francia è arrivato nelle nostre città, ha bucato gli schermi, il tam-tam passato per i social, è arrivato alla gioventù proletaria del nostro paese che ha trovato l'occasione, il luogo per esprimere la sua ribellione, una ribellione giusta e sacrosanta, noi siamo con i giovani che si ribellano e faremo di tutto perché questa ribellione non si fermi, venga conosciuta, generalizzata dalle grandi alle piccole città, sabato, tanto per cominciare.

Il governo risponde con l'esercito, con i tribunali speciali, con le leggi speciali che non usano certamente verso i ricchi, i percettori di superprofitti, che non vogliono neanche toccare, che non usano contro i padroni che uccidono i loro operai, i loro lavoratori sui posti di lavoro, che non usano contro i fascisti, quelli sì, sostenitori di una violenza cieca verso i migranti e verso tutto ciò che è progressivo, che è bello in questo nostro paese.

Abbiamo un governo fascista che protegge i fascisti e attacca come se fossero criminali e delinquenti i giovani, i ragazzi che si ribellano - certo, nelle forme in cui la ribellione giovanile si è sempre espressa - che colpa hanno i ragazzi se le forme di ribellione gliele avete anche insegnate voi, attraverso l'uso dei mass media e dei social media, che sono considerati il bene primario, l'unico luogo di comunicazione? Gli chiudete i centri sociali, gli impedite di organizzarsi in forma vasta ed estesa in ogni angolo del territorio, gli impedite una vita decente, un reddito decente e poi li volete incarcerare, volete trasformare quello che è già un “carcere sociale” a cui si ribellano in un carcere reale, dove continuare a perseguitarli in nome dell'aspetto più barbaro del capitalismo e dei suoi governi.

Ma come sempre la borghesia non capisce e né capirà mai che la repressione alimenta la ribellione, più repressione più ribellione, certo a volte c'è il tempo della ribellione, il tempo della repressione, le pagine scure in cui le masse per riprendere la loro ribellione devono resistere alla repressione, devono scomparire mentre quando si ribellano appaiono, e certo, questa dialettica c'è sempre stata e ci sarà anche ora, ma il movimento che si è messo in moto non lo fermerete mai.

Per tutti coloro che si dicono di sinistra, proletari, in lotta, che condividono la lotta contro il carovita, la guerra, il fascismo, la democrazia, tutti coloro che si lamentano della sanità, delle scuole, che si lamentano della mancanza di un futuro, che si lamentano della barbarie quotidiana che ci restituisce la cronaca anche attraverso gli elementi efferati della cronaca nera, che cosa aspettano a schierarsi netto e chiaro con i giovani? E' il miglior modo per stargli vicino e dovrebbe esserlo anche per i loro genitori, anche se spesso non è, e partecipare in prima persona a questa lotta, far diventare questa una scintilla che incendia la prateria a Milano, a Torino e via via ovunque possibile, perché solo questo effettivamente può portare alla caduta del governo Meloni e non le chiacchiere dei vari Schlein, Conte, etc., etc., anime morte che vivono in un luogo morto della società, altro che Tempio della democrazia! In Parlamento Giorgetti presenta la legge di bilancio e non c'è nessun deputato neanche ad ascoltarlo, questo è il rispetto che queste merde hanno per il loro Parlamento! State lì, poltrite in quelle fogne, ma il vento della ribellione raggiungerà anche voi e certamente voi sarete dall'altra parte della barricata.

Sabato, ovunque possibile, con i ragazzi che si ribellano e dove non ci sono, per dargli voce attraverso la nostra voce e la voce di tutti coloro che sono effettivamente dall'altra parte rispetto a padroni, governi, stati, guerre, repressione, fascismo, genocidi, distruzione dell'ambiente....

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Le giornate di venerdì e sabato sono state per il nostro paese importanti. Venerdì vi sono state le grandi manifestazioni studentesche che hanno portato nelle piazze di tante città italiane, in primis le grandi, circa 400mila studenti. Esse effettivamente segnano l’ingresso in campo di un grande movimento studentesco, innescato da due fattori, esterno e interno, che si sono influenzati reciprocamente.

Primo di tutti il movimento di solidarietà con la Palestina, che ha mostrato come un’area significativa degli studenti ha scelto da che parte stare e si è impegnata a portare i combattimenti all’interno delle scuole del nostro paese. Un gigantesco movimento solidale che dentro le Università ha messo in discussione i rapporti tra Italia e Israele, e, per naturale prosecuzione, industria bellica e guerra imperialista. In entrambi si è cominciato a colpire netto e chiaro il governo e le Istituzioni italiane, caratterizzate dalla complicità con il genocidio e dal ruolo costante del governo, nella marcia verso la guerra, nel sostenere l’industria bellica e l’economia di guerra. Questo movimento ha riguardato essenzialmente le aree più politicizzare e meglio organizzate nella scuola, ma ha sicuramente contagiato una generazione di ragazzi e ragazze che è cresciuta e si è impegnata, e soprattutto si è scontrata perché la reazione del governo, dello Stato, dell’autorità scolastica è stata la repressione e la violenza.

Tutti i governi del capitale e dell’imperialismo hanno reagito nella stessa maniera, ma la natura fascisteggiante di questo governo vi ha aggiunto un carico da 90 coi decreti sicurezza e calando all’interno generale della scuola ideologie, programmi e azioni, volte a militarizzare la scuola, subordinarla, insieme all’alternanza scuola-lavoro, ai piani e programmi della borghesia imperialista italiana, delle borghesie imperialiste europee e, data la particolare natura del governo Meloni, del capo stipite dell’imperialismo, l’imperialismo Usa e del caporione di tutti i fascismi, Trump.

Questo è stato l’obiettivo detonatore del movimento attuale.

Ma il movimento sceso in campo in queste ultime settimane ed espressosi in questi giorni non è la stessa cosa, non è di pura continuità.

Il movimento colpisce al cuore la condizione studentesca, i costi della scuola, e vede questi costi dentro i costi generali dello scarico della crisi e delle guerre sulla condizione generale dei proletari e delle masse popolari.

Questo chiaramente mobilita le scuole di ogni ordine e grado e chiama in campo una generazione di giovanissimi che le frequenta.

Al fattore Palestina, anima del movimento e detonatore, si è aggiunta la questione Francia, e non solo.

In Francia, come storicamente avviene, dal maggio ’68 francese ai giorni nostri, ma senza alcun parallelismo superficiale, è davvero esploso un movimento possente nelle scuole, partito pressoché interamente dalla situazione delle scuole e dal rapporto tra le scuole e il bilancio generale dello Stato imperialista, di cui la guerra la fa sempre più da padrone.

L’ondata possente, tumultuosa, incalzante, con una dimensione di rivolta della Francia, ha parlato forte e chiaro attraverso gli schermi televisivi, i social e come sempre con l’incredibile tam-tam che stravolge e contrasta la narrazione delle borghesie imperialiste, dei suoi governi, dei suoi mass media, e mette in luce l’elemento centrale dello Stato che, quando i movimenti sono reali, mostra la sua natura nuda e cruda: lo Stato di polizia, la violenza di Stato, la reazione alla ribellione. Ma la repressione non spegne ma alimenta la ribellione.

La dimensione dello scontro di piazza è l’elemento che da valore ai movimenti e alla lotta, è esso che fa apparire come dietro lo scontro sociale c’è “l’idra della rivoluzione”. E’ questa la forza del movimento in Francia e il messaggio principale che buca lo schermo delle borghesie imperialiste e dei suoi governi e che arriva anche in Italia.

La cosa peggiore che possono fare i comunisti rivoluzionari e non guardare a questo; guardare l’albero e non la foresta e dimenticare la natura eterna e scientifica delle frasi di Mao Tse-tung: “E’ giusto ribellarsi”, “E’ la scintilla che accende le praterie”, “Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.

E, come si vede, via via che il movimento alza il tiro, con buona pace di tutti i riformisti, gli opportunisti, il movimento si allarga e non si restringe e raggiunge la materia incandescente della gioventù proletaria. La gioventù proletaria che viene dalle periferie, dalle banlieues francesi e da quelle italiane.

E quando questo avviene, lo scontro cambia natura, non è la condizione della scuola che è al centro, ma la condizione fuori della scuola, che oggi in realtà impatta sul problema dei problemi dei proletari e delle masse povere, il carovita. i governi della miseria, le famiglie costrette a privarsi di tutto, questo spiega come ad un venerdì si aggiunge un sabato.

Il sabato di fuoco di Milano, Torino, Bologna, e latente in altre città minori, ci dice chiaro che “s’avanza uno strano soldato”,

Per i proletari, i comunisti, i rivoluzionari è una gioia non una preoccupazione; è il nostro “richiamo della foresta”. Ed è lì nel fuoco della lotta di classe, in stretto legame con le masse che dobbiamo stare.

France - revolte et repression - info

 

France : Multiplication des interdictions préfectorales de manifester dans plusieurs grandes villes

En France, l’exécutif intensifie sa stratégie d’entrave au droit de manifester par la voix des préfectures, qui prononcent de nouveaux arrêtés d’interdiction visant les rassemblements prévus à Paris, Lille, Grenoble et Lyon. Justifiées par de prétendus risques de troubles à l’ordre public et la volonté de neutraliser la contestation sociale persistante, ces mesures d’interdiction s’accompagnent d’un quadrillage policier massif des centres urbains. Cette systématisation des interdictions administratives illustre la volonté de l’État de criminaliser l’exercice du droit de grève et de manifestation.

Thursday, October 22, 2026

Poursuivre et amplifier la lutte, contre le Capital, l’État bourgeois et tous ceux qui les défendent ! - avant vers le greve general du 5 novembre

extraites

 : « Le 17 octobre, les manifestations et les initiatives de lutte marquent une avancée significative en termes de participation et de niveau contre la politique anti-sociale du gouvernement et du patronat. Le 17 octobre, ce sont des centaines de milliers de manifestants qui ont participé, partout en France dans les grandes agglomérations, comme dans les villes moyennes et petites aux actions et manifestations, faisant exploser une colère très longtemps contenue. La caractéristique majeure du 17 octobre, c'est l'engagement côte à côte de la jeunesse, des salariés et des retraités exigeant des mesures urgentes contre la vie chère répondant aux revendications et en particulier à celles des lycéens et étudiants que le pouvoir essaye de noyer dans des palabres sans résultat. ». Effectivement, la mobilisation du 17 octobre marque une nouvelle étape dans l’amplification de la contestation sociale. Une colère profonde s’exprime contre un système sacrifiant nos conditions de vie, nos services publics et notre avenir. C’est une contestation globale du pouvoir et de son action qui émerge, et objectivement, une contestation de la société capitaliste.

Des media à la « gauche », un fil commun : condamner les « violences » et les « dégradations »

La réponse de la Bourgeoisie capitaliste, la classe dominante, et de l’exécutif à son service, nous la connaissons, c’est la répression tous azimuts. Comme le dit le communiqué publié par la FNIC-CGT (Fédération Nationale des Industries Chimiques) : « Les Lycéens et étudiants parlent de solidarité avec les étrangers, avec les plus faibles, ils revendiquent un service public à hauteur des besoins de tous. Ils ne sont pas dupes des promesses faites par un gouvernement qui n’a qu’un seul mot d’ordre pour mater les manifestants : pas de retenue. ». Depuis le début du mouvement lycéen, les véhicules de l’idéologie dominante, autrement dit les media, ont tout fait pour taire ou minimiser les violences policières, les éborgnés et les amputés de la main, les frappés à terre et les tabassés. Après le 17 octobre, ils ont parlé uniquement des dégâts matériels. Ils accomplissent parfaitement leur travail au service de la Bourgeoisie impérialiste, ne jamais parler de la mobilisation de masse, la solidarité entre manifestants et les raisons profondes de la colère. Les véhicules de l’idéologie dominante tentent de faire oublier la violence sociale, le mépris et les inégalités subis quotidiennement, les années de passage en force institutionnel, de répression des mouvements sociaux et de refus de répondre aux revendications. Ils font tout pour que ne soient pas évoquées la colère dépassant aujourd’hui largement des revendications sectorielles, et surtout ses causes.

Par ailleurs, la « gauche » politique et ses alliés dirigeants syndicalistes veut absolument distinguer, dans la journée du 17 octobre, des manifestants « pacifiques » largement ciblés par la police, force spéciale de répression et des « casseurs » ou des « pilleurs » que la police aurait laissé faire, tout cela en passant quasiment sous silence le rôle des flics en civil. S’en suit une rhétorique comme quoi toute violence dessert la cause. Ainsi, Jean-Luc Mélenchon, sur X, le 17 octobre au soir, écrit : « Dans Paris, le commandement aberrant a ouvert la porte au chaos. Les chefs ne savent plus que faire, la troupe a peur et se déchaîne. Je ne sais pas qui entendra ma voix dans de telles circonstances, mais mon message est clair : ceux qui partagent notre combat n'ont rien à faire dans le pillage, le saccage. Quelles que soient les responsabilités du pouvoir et de ses incompétents et leurs violences, nous devons refuser de participer à des actions sans signification politique et contraire à nos méthodes. ». Il est important de noter, outre l’aspect pseudo pacifiste, l’insistance mise sur l’incompétence du pouvoir, qui lierait la violence policière à un phénomène de chefs dépassés, alors que tout est une stratégie mûre et réfléchie. Les manifestants, nombreux, réclament un changement intégral de politique ; le Capital n’a pas d’autre solution que d’écraser tout cela dans le sang. Et tous les dirigeants de gauche se sont fendus de messages condamnant les violences avec deux « cibles », les commerçants plaints par tout le monde à l’unisson et les bâtiments détruits, ce que tout le monde déplore également. Beaucoup se préoccupent de ces malheureux édifices mais leur priorité devrait être de déplorer les dégâts humains causés par la milice du Capital. Rappelons-leur ce qu’écrivait Karl Marx dans La Guerre civile en France, son ouvrage à propos de la Commune : « La Commune savait que ses ennemis se souciaient peu de la vie du peuple parisien, et qu'ils accordaient davantage d'importance aux bâtiments de Paris. ». La question, pour les marxistes-léninistes n’est pas de condamner la violence au nom d’une morale trans-classes comme le fait Mélenchon, mais simplement d’analyser si la violence, nécessaire en cas de révolution, est aujourd’hui utile, nécessaire ou contre-productive.

Le bureau confédéral de la CGT, dans sa déclaration du 19 octobre, indique ceci : « La journée a malheureusement été gâchée par de nombreuses dégradations et par une stratégie de maintien de l’ordre dangereuse ». Les dégradations, on le remarque, sont placées hiérarchiquement avant la violence policière, n’etant d’ailleurs pas caractérisée comme telle. Plus loin, nous avons droit à une dissertation sur le « maintien de l’ordre » : « plutôt que de se concentrer sur le maintien de l'ordre, la doctrine sécuritaire du gouvernement a ciblé de nombreux manifestants pacifiques qui ont été blessés, des milliers de manifestants ont été nassés, nos services d’ordre ont été parfois ciblés… ». En clair, des chefs dépassés et du pouvoir incompétent de Mélenchon au bon maintien de l’ordre démocratique du bureau confédéral de la CGT, on sent une même ligne politique : ne surtout pas mettre en cause l’État bourgeois, ne surtout pas voir caractériser l’État pour ce qu’il est : une force spéciale de répression. Il n’existe ni chefs incompétents, ni bon maintien de l’ordre, mais un Grand Capital utilisant tous les moyens pour qu’une politique tentant de lutter contre la baisse tendancielle du taux de profit continue d’être appliquée.

Et si on s’intéressait aux « casseurs » ?

Le terme « casseurs » ou même « pillards », utilisés par les media et tout ce qu’il y a d’officiel dans ce pays, recouvre des réalités bien différentes. Notons tout de même ce qu’a dit, pour les caractériser, le maire socialiste de Coulaines, Christophe Rouillon, à l’occasion des ridicules cérémonies organisées à l’appel de l’Association des Maires de France le 19 octobre : « Aujourd’hui, on a effectivement une stratégie de bazar de l’extrême gauche trotskyste, néo-léniniste, et marxiste, alliée aux fréristes musulmans et puis aux réseaux maffieux qui sont là pour détruire la République. ». Bien loin de cette caricature démentie d’ailleurs par le profil des manifestants arrêtés décrit par la procureure de Paris comme sans attache politique, nous essaierons de détailler ce que recouvrent ces vocables. Qui sont donc les « casseurs » dont les réalités sont très différentes ?

- d’abord des provocateurs, flics en civil (des tas de vidéos circulent à ce sujet) et c’est vieux comme la société de classe ;

- ensuite des gens de la mouvance « autonome / anarchiste » idiots utiles du Capital ou flics infiltrés, s’en prenant tout autant aux organisations syndicales qu’aux flics ;

- ensuite, des jeunes qui en ont marre de se faire taper dessus et qui se sont dit, souvent à raison, que le mieux était d'affronter la police et d'arrêter de reculer ;

- ensuite, des militants marxistes-léninistes et trotskistes se disant : c'est l'heure d'affronter la milice du Capital ; nous ne pensons pas, comme eux, que l’heure soit venue, mais comprenons que la résistance aux charges de police peut tout-à-fait s’organiser et respectons leur façon de penser ;

- ensuite encore, des jeunes et moins jeunes ayant tellement de colère après 10 ans de Macron qu'il est impossible de les raisonner sur l'intérêt ou non de casser tel ou tel bâtiment ou magasin ;

- enfin, des profiteurs, eux ont été laissés libres de casser et piller des magasins, en arrivant après les flics en civil qui avaient cassé les vitrines, mais on en exagère la proportion. On pourrait même, par ailleurs, diviser cette dernière catégorie, pas forcément homogène : on a des images de jeunes à Paris qui s'étaient "servis" et ont donné des quantités de nourriture aux SDF.

Nous sommes loin d’un groupe uni avec une unique stratégie, et loin d’avoir une unanimité de pensée politique. Certains, se croyant en 1848, nous expliquent cela par le « lumpenprolétariat », mais la réalité est différente, et surtout, là encore, les arrestations nombreuses, nous disent que les gens comparaissant sont essentiellement des salariés, quelques chômeurs et des étudiants. Ils n’ont donc rien à voir avec les vagabonds allemands servant d’indicateurs à la police prussienne, ni avec les voleurs tués par les révolutionnaires de 1848 en France, pendant l’insurrection de juin.

Quelle stratégie, quelles urgences pour la suite ?

Revenons à la déclaration du bureau confédéral de la CGT, il commence ainsi : « Depuis des années, la CGT tire, en vain, la sonnette d’alarme sur l’ampleur de la colère face à la violence des politiques patronales et gouvernementales : les passages en force sont devenus la norme, la démocratie sociale est méthodiquement mise à mal par les gouvernements et le patronat, les travailleurs et travailleuses et les services publics sont asphyxiés pour préserver les profits des multinationales et des ultra riches… ». Voilà un nouvel exemple du fait que, malgré les dommages causés aux salariés, aux retraités, aux privés d’emploi et aux services publics, malgré une répression d’État comparable aux temps où le pouvoir envoyait l’armée contre les ouvriers, la direction de la CGT n’arrive pas à considérer le gouvernement actuel, ni l’État bourgeois comme des ennemis de classe, contre lesquels la priorité du syndicalisme de lutte des classes est d’organiser le combat. On ne tire pas la sonnette d’alarme pour alerter un ennemi, mais on peut le faire face à quelqu’un considéré comme un partenaire.

Le rôle de la CGT n'est pas de « tirer la sonnette d'alarme », son rôle est de développer ses syndicats, d’organiser la convergence des luttes, la mise en place de la riposte ouvrière et non de jouer au lobby auprès d'un gouvernement qui n'écoutera pas de toute manière.

L’avant dernier paragraphe de la déclaration nous montre que décidément, la direction de la CGT ne change rien à sa stratégie perdante et n’est pas à la hauteur des événements : « La CGT appelle l'ensemble des travailleuses et des travailleurs à continuer à se mobiliser pacifiquement et à se réunir partout, sur leurs lieux de travail pour décider de leurs revendications et de la grève de façon à faire du 5 novembre prochain une grande journée de convergence, de grèves et de manifestations. ». Le cap fixé depuis quinze jours sur une unique journée saute-mouton, avec le label « y compris par la grève », est celui de l’intersyndicale de collaboration de classe. Ce choix d’une date unique et éloignée est aux antipodes de la construction de la grève générale, aux antipodes d’un choix consistant à penser que l’heure est venue de combattre le Capital. Aujourd’hui, la question posée aux salariés et à leurs organisations n’est pas de solliciter les fondés de pouvoir pour demander l’apaisement, ni seulement de dénoncer les ravages commis par Macron et ses gouvernements successifs, mais de construire un rapport de force à la hauteur de la situation. Nous avons une urgence : faire entrer pleinement le monde du travail dans la mobilisation par la grève.

Si la direction de la CGT ne sort pas de sa ligne de collaboration de classe, d’autres conçoivent ce qui est en train de se passer et quels sont les possibles. Les blocages d’universités se poursuivent, un nouveau rendez-vous est fixé pour le 24 octobre. Au sein de la CGT, de nombreuses structures appellent à démarrer et construire la grève dès maintenant. Nous laissons la conclusion à la FNIC-CGT avec des extraits de son communiqué récent : « Gaz lacrymogènes, coups de matraque, des mains arrachées, des yeux crevés, des milliers de gardes à vue, une centaine d’incarcérations et maintenant partout sur le territoire des couvre-feux ! Ils veulent nous faire peur, ils veulent nous bâillonner ! Mais les jeunes, mobilisés depuis trois semaines, continuent de résister et ils s’organisent. Le déploiement d’une terreur d’État ne les intimide pas. Ils exigent une société plus juste, avec des moyens pour l’éducation, pour leur avenir, pour notre avenir. A côté des slogans anti-fachos, ils crient leur détermination à changer la société. Ils rejettent le capitalisme et ses choix délétères pour la planète. Ils appellent à la grève générale, ils nous appellent à la convergence des luttes. […] La FNIC-CGT appelle l’ensemble des travailleuses et travailleurs à débattre et à organiser la grève partout où nous sommes. La grève doit être la seule réponse à nos revendications communes avec la jeunesse et pour combattre la répression qu’ils mettent en place pour nous faire taire ! Occupons nos lieux de travail, bloquons les moyens de production, organisons la convergence des luttes. ».


Tuesday, October 20, 2026

bsCEM statement on the ongoing protests across India against SIR and CEC Gyanesh Kumar - info by ICSPWI

..urging all democratic minded people to boycott the upcoming elections, and struggle militantly






France : Revolte et repression avancent - info - la question c'est l'insurrection!

Couvre-feux territorialisés et ciblage des mineurs suite aux révoltes du 17 octobre

En France, l’appareil d’État privilégie le découpage territorial et la contrainte d’exception pour tenter de juguler l’insurrection sociale lors de la journée du 17 octobre 2026. À la demande du Premier ministre Sébastien Lecornu, les préfets déclenchent des couvre-feux « localisés » et ciblés sur les zones considérées comme les plus « agitées » : des interdictions de circuler nocturnes, appliquées dès 20h ou 21h selon les arrêtés, touchent des portions stratégiques de Paris et Lyon, la totalité de la population dans des secteurs du centre-ville comme à Lille, ou exclusivement les mineurs non accompagnés à Nice, Bordeaux et Marseille. L’exécutif fixe le ciblage prioritaire des mineurs et la protection des zones commerçantes dégradées comme critères de déclenchement, tout en brandissant la possibilité de décréter l’état d’urgence si la contrainte municipale et préfectorale s’avérait insuffisante pour paralyser la rue.

Sur le plan institutionnel, cette surenchère sécuritaire s’accompagne d’un calendrier de consultations politiques à Matignon dès ce mercredi, où les syndicats et corps intermédiaires sont convoqués pour tenter d’amorcer une sortie de crise. Alors qu’Emmanuel Macron a maintenu Laurent Nuñez à son poste malgré sa démission proposée, le gouvernement entend combiner le quadrillage policier nocturne à des annonces d’aides financières et d’indemnisations d’urgence pour les commerces pillés, cherchant à isoler les éléments contestataires face aux nouveaux appels à un « acte II » dès ce weekend.

Estado espanol - 🚨 La juventud avanzamos hacia la Huelga General del 11 de noviembre.

 

🚨 La juventud avanzamos hacia la Huelga General del 11 de noviembre.
Las jóvenes nos preparamos para intervenir en la lucha de clases, enfrentar sus negocios que hacen imposible nuestro derecho a la vivienda.

🔑 Con las compañeras del Sindicato de Inquilinas de Madrid hablamos de vivienda, juventud, rentismo y organizamos la huelga general en las universidades públicas de Madrid.

Busca tu convocatoria más cercana.

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Albanie : Le pouvoir durcit le ton après sept jours d’affrontements à Tirana - info


En Albanie, le mouvement de contestation populaire et étudiant déclenché à Tirana se heurte à un verrouillage politique strict de l’appareil d’État. Au septième jour de mobilisations contre la hausse du coût de la vie et les conditions universitaires, le Premier ministre Edi Rama a affirmé que la « ligne rouge » avait été franchie, rejetant toute concession face à la rue. Face aux actions visant les ministères, l’exécutif déploie un lourd arsenal répressif (canons à eau, gaz lacrymogènes et arrestations massives), soldé par environ 300 blessés. 

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