.italian report
....In diversi paesi asiatici il Primo Maggio ha espresso una chiara volontà di lotta del proletariato industriale, agricolo e dello stesso settore terziario,
e si è posto in collegamento ideale, talvolta esplicito, con la storica
lotta per la riduzione dell’orario di lavoro iniziata il primo maggio
1886 a Chicago. Quindi con un carattere di classe e internazionalista.
Parecchie centinaia, se non migliaia, sono state le manifestazioni in India, organizzate dalle maggiori centrali sindacali, collegate ai vari partiti comunisti e al partito del Congresso, per chiedere l’abolizione dei quattro nuovi codici del lavoro, che minano 29 leggi a tutela dei lavoratori ottenute in decenni di lotte, ed eliminano il diritto universale a una giornata lavorativa di 8 ore. I leader sindacali hanno criticato i tentativi delle aziende di estendere i turni a 12 ore o più e l’assenza di un’adeguata retribuzione per gli straordinari.
Nei cortei e nei raduni operai sono stati lanciati appelli per la “parità di retribuzione a parità di lavoro”, un salario minimo significativamente più alto e migliori tutele sociali per il settore informale, che tuttora comprende la grande maggioranza dei lavoratori indiani, privi di assistenza sanitaria e di contributi pensionistici, e nella loro grande massa privi di organizzazione sindacale.

Manifestazione a Thiruvananthapura, Kerala
Anche in India sono forti le preoccupazioni per l’aumento dei costi del carburante e dell’energia, legato al conflitto in corso in Medio Oriente, e la necessità di adeguamenti salariali.
Il sindacato filo-governativo BMS, che dichiara 17 milioni di iscritti, non ha partecipato a queste manifestazioni. Il governo del BJP di Narendra Modi è in questi anni riuscito a controllare le masse indù istigando l’odio religioso contro i musulmani, senza fare significative concessioni di tipo riformistico.
Anche a Dhaka in Bangladesh la classe operaia, soprattutto quella dell’industria dell’abbigliamento con una composizione in gran parte femminile, ha manifestato in massa rivendicando soprattutto l’aumento del salario minimo a 30.000 taka (circa 210 euro).

Primo Maggio a Dhaka, Bangladesh
A Lahore in Pakistan il Primo Maggio ha visto sfilare i conduttori di risciò in un corteo lungo 23 km.
In Indonesia il quadro si è presentato più complesso che altrove. Perché il presidente del paese, generale Subianto, si è in qualche misura appropriato del Primo Maggio con il sostegno della confederazione sindacale (KSPSI) e dello stesso Partito Laburista, parlando a un raduno davanti al Monumento Nazionale (Monas) nel centro di Jakarta. L’evento, cui hanno partecipato circa 200.000 persone, si è concentrato sulla cooperazione tra governo e lavoratori, con discussioni su nuove politiche di welfare per i rider collegati a piattaforme digitali e sulla ratifica delle convenzioni dell’OIL.
Davanti al Parlamento si è invece svolta una manifestazione di circa 10.000 lavoratori e lavoratrici organizzata dall’ Alleanza del Movimento dei Lavoratori con il Popolo (Gebrak). La coalizione comprende la Confederazione dell’Alleanza Sindacale Indonesiana (KASBI), la Federazione della Lotta dei Lavoratori Indonesiani (FPBI) e la Federazione dei Sindacati dei Lavoratori del Settore Alimentare e delle Bevande (FSBMM), oltre ad altri gruppi della società civile.
KASBI ha rivendicato l’aumento del salario minimo, l’abolizione delle esternalizzazioni e la revisione delle leggi sul lavoro del 2023 che favoriscono la precarizzazione, lo stop ai licenziamenti di massa, una maggiore tutela di insegnanti e operatori sanitari, e diritti per i lavoratori delle piattaforme digitali.
La coalizione ha anche rivendicato il libero accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, il rispetto del “primato del potere civile su quello militare” (una chiara rivendicazione politica anti-governativa) e la fine degli sfratti dei contadini attraverso una vera riforma agraria. Il governo aveva schierato ben 25.000 poliziotti per intimidire e reprimere la manifestazione. Ma manifestazioni con le stesse richieste si sono svolte anche a Bandung e in altre città dell’arcipelago.


Momenti della manifestazione anti-governativa del Primo Maggio a Jakarta
Anche a Bangkok (Thailandia) il partito liberal-populista Pheu Thai al governo ha cavalcato il Primo Maggio con la sponda di sindacati concertativi: il ministro del lavoro è intervenuto al comizio finale, promettendo che prenderà in considerazione le otto richieste sindacali, tra cui la ratifica delle convenzioni internazionali sul lavoro relative ai diritti sindacali, l’istituzione di un fondo per i lavoratori licenziati, l’ampliamento delle prestazioni previdenziali e la garanzia di un’equa retribuzione per gli straordinari. Le organizzazioni sindacali hanno affermato che le stesse proposte sono state presentate ripetutamente senza progressi concreti. Siamo qui nella fase delle concessioni, o promesse, “riformiste” di fronte a un movimento operaio in crescita, fase da lungo tempo chiusa in Italia.

Un momento della manifestazione del Primo Maggio a Bangkok

Manila
Nella Corea del Sud il Primo Maggio è stato proclamato festa nazionale per la prima volta quest’anno. Data la forza della confederazione sindacale KCTU, primo sindacato con oltre un milione di iscritti, e con una pratica di elevata combattività, il potere ha ritenuto più opportuno togliere ai lavoratori la possibilità di celebrarlo con lo sciopero, come hanno già fatto numerosi governi europei nel dopoguerra, tra cui l’Italia.

La Confederazione Coreana dei Sindacati (KCTU) ha organizzato la “Manifestazione per la Festa mondiale del lavoro 2026” nei pressi della stazione di Gwanghwamun, nel distretto di Jongno a Seul, alle ore 15:00 chiedendo, tra le altre cose, il riconoscimento dello status di lavoratori dipendenti per i lavoratori con contratti speciali.
Yang Kyung-su, presidente della Confederazione Coreana dei Sindacati (KCTU), ha dichiarato: «Ci sono voluti 63 anni perché la Festa del Lavoro riacquistasse il suo nome», aggiungendo: «Dobbiamo garantire i diritti fondamentali dei lavoratori attraverso leggi e istituzioni e, uniti nei sindacati, dare loro il potere di opporsi all’offensiva del capitale». I tre diritti fondamentali del lavoro sanciti dalla Costituzione, dalla Legge sulle norme del lavoro e dalla Legge sui sindacati non sono adeguatamente assicurati per oltre 10 milioni di lavoratori precari. “Per oltre 10 milioni di lavoratori atipici, inclusi i lavoratori a tempo determinato, i lavoratori con contratti speciali e i lavoratori in subappalto, i diritti lavorativi costituzionali e i diritti previsti dalla Legge sulle norme di lavoro e dalla Legge sui sindacati e sull’adeguamento delle relazioni di lavoro non sono adeguatamente garantiti”, aggiungendo: “Con una lotta senza esclusione di colpi, faremo sì che lo sciopero generale di luglio sia un successo e conquisteremo la trattativa con le imprese committenti”.
In Giappone la stima (non ufficiale) è che 280 mila lavoratori hanno preso parte alle manifestazioni del Primo Maggio, di cui circa 40 mila a Tokyo dove la manifestazione era indetta dal sindacato Zenroren (presente soprattutto nel pubblico impiego). In essa sono state denunciate le “riforme” della pubblica istruzione e della sanità promosse dal governo Koizumi, tese a smantellare lo stato sociale ampliando il divario tra ricchi e poveri. Nel corso della manifestazione, il segretario del PC giapponese che controlla Zenroren ha criticato anche la revisione della Costituzione giapponese per eliminare ogni ostacolo alla politica di riarmo, perseguita con forza dalla nuova premier Takaichi, ma da un punto di vista pacifista, senza una chiara denuncia dell’imperialismo giapponese e della sua preparazione di un confronto militare con la Cina in alleanza con gli USA.
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