Friday, October 23, 2026

italian proletarian youth revolt - proletari comunisti /CPmaoist Italy - against revisionists, right opportunism and all pices 'phony' maoists

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Comprendere e prendere il nostro posto nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse - Intervento di proletari comunisti/PCm sulla rivolta dei giovani

Noi siamo proletari comunisti, cioè un'avanguardia del proletariato che lavora per costruire il partito del proletariato. Non siamo “i giovani”, né tantomeno siamo movimentisti . Noi dobbiamo posizionare l'avanguardia proletaria e far corrispondere a questo posizionamento il tipo di propaganda, di agitazione, di partecipazione e di organizzazione.

Innanzitutto dobbiamo comprendere che quello che succede è in sostanziale sintonia con quello che abbiamo cercato di dire, e anche in parte di fare, già dal gennaio di quest'anno, quando in occasione degli scontri del 31 gennaio a Torino, durante la manifestazione di Torino, abbiamo considerato che il posizionamento in/su quella manifestazione era un problema fondamentale.

Era il segno dei tempi, il segno all’interno dell'analisi generale e particolare che abbiamo fatto in questo ultimo periodo, sia prima del 31 che successivamente.

A quell'analisi non poteva che corrispondere un determinato sviluppo. E noi non potevamo né fare i profeti né tantomeno gli osservatori, ma dovevamo starci e vedere ciò che era principale e ciò che era secondario, ciò che effettivamente segnava il tipo di sviluppo che il movimento avrebbe potuto avere.

Su questo abbiamo anche colto strada facendo l'urgenza di un nostro cambio di passo, di salto di qualità.

Le caratteristiche specifiche di questo movimento dei giovani in corso sono prima di tutto fondate su analisi che vengono da lontano, che origina il filone particolare rappresentato dalla nostra organizzazione e dal nostro lavoro. Noi abbiamo un'ideologia simile a tante altre organizzazioni nel

movimento comunista internazionale, molto meno nel nostro paese dove chi fa riferimento alla nostra ideologia la interpreta in maniera sostanzialmente degradata, annacquata, che impedisce nel nostro paese una unità ideologica tra le forze che si rifanno alla ideologia del proletariato. Nello stesso tempo noi siamo rappresentanti di un filone storico che viene da lontano, il filone che va da Agit/Prop a Rossoperaio, alla fondazione di un'organizzazione partitaria, alla sua pratica, teoria.

In tutto questo lungo periodo abbiamo costruito un filo rosso del nostro modo di pensare ed agire che è il fondamento della nostra stessa esistenza e identità. Stiamo cercando, su questa base, di costruire ciò che serve al proletariato, cioè il partito, il fronte e la lotta di combattimento necessaria dentro il processo della rivoluzione. Ci proviamo, ci riproviamo, falliamo e ricominciamo, perché devono anche cambiare le circostanze storiche.

Occorre mettere all'ordine del giorno la costruzione del Partito marxista-leninista-maoista; non il partito in senso generico e generale, che tanti compagni, quasi per senso comune, dicono che deve esistere, che bisogna costruire, ma il partito della rivoluzione. Il partito della rivoluzione, l'unica vera applicazione della nostra scienza alla realtà concreta.

Sappiamo che questa strada è lunga e tortuosa,  quando si dice “lunga e tortuosa” significa che si muove per salti, per opportunità e sfide, non per il lento accumularsi delle forze; quest'ultima è una teoria revisionista e una prassi opportunista, né tantomeno per il cavalcare i movimenti in quanto tali. Ma cogliere i salti e le trasformazioni in connessione con l'analisi della situazione internazionale attuale e in connessione con l’analisi dei movimenti reali, che, a differenza di quanto si può pensare, continuano ad avere la stessa dinamica storica.

E’ sempre il biennio rosso, 68-69 il riferimento. Gli anni passano, le trasformazioni dell'imperialismo e le esperienze del movimento operaio e delle masse si arricchiscono – ma pure dimenticano le lezioni passate; quindi è un continuo apparire e riapparire, con le opportunità e le sfide, per metterci alla prova, in una dimensione che va dal piccolo al grande e non tanto dal particolare al generale, perché il generale è  più importante del particolare, dove il particolare sta nel rimanere nel localismo, nelle lotte specifiche che si fanno, il particolare sta in una visione che non capisce che i salti che avvengono sul generale cambiano lo stato delle cose, e chiaramente c'è poi il difficile lavoro di calare nel particolare il generale, ma dove è il particolare che si deve adeguare al generale, non il generale al particolare.

Questo nasce dagli insegnamenti del movimento comunista storico, del movimento degli oppressi in generale e dal concentrato dei contenuti della nostra scienza e dei nostri maestri.

L'editoriale che abbiamo fatto su questo blog - https://proletaricomunisti.blogspot.com/2026/10/pc-19-sottobre-le-giornate-di-venerdi-e.html - prova a fotografare due giornate e vederne l'antefatto per

indicarne la vera natura, al di là delle apparenze, al di là della coscienza soggettiva che possono avere i soggetti in campo; nei paesi imperialisti sono le grandi città che segnano la lotta di classe, perché solo nelle grandi città possono esplodere movimenti che hanno una dimensione qualitativa e quantitativa che fanno vedere come è la realtà, come le cose che denunciamo, le cose che diciamo trovano corpo nella realtà. E' qui il punto da capire subito e posizionarsi.

Un posizionamento da un lato tracciato, da un lato non tracciato, che bisogna inventarsi per renderlo praticabile e vivo.

Se queste rivolte della gioventù studentesca e proletaria durano e si generalizzano oggi sono più importanti delle manifestazioni della Palestina, non certo per metterle in contrapposizione, ma perché segnano il tempo della rivolta in questo paese, che è l'unico vero sostegno che si può dare al movimento palestinese – come diceva Lenin: il miglior aiuto che si può dare ai popoli oppressi è la rivoluzione nel proprio paese - certamente in una dialettica, in cui a volte è principale il sostegno, perché là ci si abbevera alla lotta centrale contro l'imperialismo. Oggi è principale il segnale che viene dai “sabato e domenica di Milano”

E' come se il movimento per la Palestina ha prodotto la generazione che in questo momento è scesa in lotta.

Su questa lotta della gioventù sarebbe sbagliato ora fare dei paragoni. Per esempio, la differenza con il 68 è davvero grande, perché all'epoca si conosceva un solo movimento, quello rivoluzionario, quello del lungo corso proveniente dal post-Resistenza e che nel nostro paese si incarnava in tante energie che dentro la crisi del revisionismo nascevano e per cui il riferimento pressoché immediato era il movimento comunista e per di più nella sua variante che aveva sconvolto il mondo capitalista/imperialista, la Grande rivoluzione culturale proletaria della Cina di Mao, il vento dell'Est, il Vietnam e così via. Ora le cose stanno parecchio diverse. Anche in Francia è così, c'è un'ottobre francese che somiglia al maggio francese, ma non è il maggio ‘68 francese, in cui il movimento degli studenti riuscì a contagiare il movimento operaio e il movimento operaio prese il suo posto nello scontro di classe.

Però per quanto differenti i movimenti possono essere, i fatti ci dimostrano che sempre lì vanno a parare e lì dobbiamo stare.

Non è un caso che la frase finale dell’Editoriale che abbiamo scritto è “una gioia e non una preoccupazione”, è il nostro richiamo della foresta, è stare nel fuoco della lotta di classe in stretto legame con le masse.

Noi siamo attrezzati per questo; e se necessario, dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare, il nostro stile di lavoro, il nostro stile di vita per corrispondere alle dinamiche del movimento, chiaramente allo stadio in cui noi possiamo corrispondere, che è soprattutto teoria, analisi, propaganda, agitazione, avendo a cuore la parte proletaria della gioventù e avendo a cuore la parte centrale del proletariato che è la classe operaia.

Le lotte della classe operaia delle grandi fabbriche vale più di cento lotte di qualsiasi genere per la formazione del partito della rivoluzione, che nei paesi imperialisti e non solo, deve guidare l'insurrezione, perché essa è l'elemento chiave, sia quando è culmine, sia quando è esperienza che permette di individuare la strada e di cambiare lo stato delle cose e passare da uno stadio all'altro.

Il 68 ci ha insegnato: “nasce il partito dell'insurrezione”, attraverso spesso le forme più inaspettate. E oggi nei paesi imperialisti, nei paesi oppressi dall’imperialismo quello che è all'ordine del giorno è l'insurrezione.

Questo partito dell'insurrezione prima è informale, prima è incarnato da soggetti che ora stanno, ora non ci stanno, ora ci sono e poi vengono superati. Da cosa? Dall'organizzazione proletaria e comunista - che si oppone al revisionismo, all'opportunismo e che si mette all'altezza dell'insurrezione.

 

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 Giù le mani dai nostri ragazzi! La repressione non ferma la ribellione. In piazza con loro per la caduta del governo Meloni

Lo Stato borghese e i suoi magistrati, imbeccati dal governo, sostenuti da una campagna stampa oscena, ha cominciato a condannare i ragazzi che hanno dato vita alla rivolta nel weekend di Milano, con processi per direttissima, in una logica da tribunali speciali nei confronti di questi ragazzi che si sono ribellati e hanno detto chiaro perché lo hanno fatto, mettendo al centro il carovita e l'impossibilità di accedere ai beni normali così come ai beni dei negozi della Milano bene.

Scandalo! Hanno attaccato i negozi della Milano bene, scandalo! Hanno messo a ferro e fuoco il centro cittadino, scandalo! 

Hanno resistito e reagito alla polizia che era lì per picchiarli, massacrarli, bastonarli, arrestarli, fermarli, molestarli!

Ecco, questo è un ritratto pieno e chiaro della società borghese innanzitutto, la società dei ricchi e dei padroni che tratta come barbari chi si ribella e si ribella in realtà con ragioni molto valide che sono le ragioni di tutti i proletari e le masse povere di questo paese che vedono il carovita taglieggiare i loro salari e rendere sempre più la loro vita impossibile. Così come il carovita taglieggia anche chi non è strettamente povero, ma che comunque pensava di stare al sicuro rispetto ai poveri, ai migranti, avendo fiducia nel sistema capitalistico, nell'Italia borghese, nell'Italia della Meloni oggi, come ha avuto fiducia - non ripagata - nell'Italia dei governi di centro-sinistra e dei tecnici del Capitale.

“È giusto ribellarsi”, questo lo diciamo innanzitutto ai lavoratori, alle masse povere del nostro paese, delle nostre città, dei nostri quartieri. Che aspettiamo a ribellarci? Com'è possibile accettare un presente di precarietà carovita e un futuro in cui l'unica cosa certa è che vogliono fare la guerra? Fino a

quando possiamo accettare che i posti di lavoro vengano messi in discussione dai piani del Capitale e che i lavoratori sui posti di lavoro sono destinati a essere ipersfruttati o a morire - o, quando gli va bene..., a vivere assistiti di cassa integrazione quando la loro lotta riesce a fermare la marcia del licenziamento?

Noi veniamo dai blocchi dell'Ilva di Taranto: per quale motivo gli operai dell'Ilva di Taranto, che hanno bloccato per cinque giorni la città di fronte al piano di chiusura della fabbrica e ad una cassa integrazione permanente, ai licenziamenti per i lavoratori dell'indotto, per quale motivo gli operai dell'Ilva che hanno pagato un alto costo allo sfruttamento e alla gestione capitalistica della fabbrica, prima di Stato, poi di Riva, poi di ArcelorMittal e ora dei commissari, con morti sul lavoro, morti da lavoro e da inquinamento, per quale motivo non si dovrebbero ribellare?

Certo, non si ribellano come i giovani proletari di Milano, ma questo sta nelle cose, la gioventù quando si ribella non guarda in faccia a nessuno, non ha idee chiare, non ha appartenenze precostituite e certamente quando si ribella non si limita ad alzare la voce rispetto a ciò che li colpisce, ma esprime anche quel desiderio di prendersi tutto, di non accettare la società capitalistica come una immane massa di merci a cui ai giovani, per non dire alle loro famiglie, toccano le briciole, un'immane massa di merci che dà profitti e origina crisi e a cui loro sono esclusi.

“È giusto ribellarsi”, siamo incondizionatamente dalla parte della rivolta, della gioventù proletaria, logica conseguenza continua e discontinua del movimento degli studenti che sta attraversando il nostro Paese, innescato dalla solidarietà con il popolo palestinese, massacrato, perseguitato, dal genocidio cancellato nella intenzione dell'imperialismo e del sionismo israeliano, dai nuovi mostri della società imperialista. I giovani sono scesi in campo, hanno manifestato, hanno dato vita non solo alle manifestazioni grandi, con la più grande di tutte, quella del 4 ottobre dell'anno scorso, ma ad un conflitto quotidiano nelle università, contro le industrie belliche, e per cui hanno ricevuto repressione, arresti, cariche, violenze.

Questi giovani hanno ripreso il loro cammino nei giorni precedenti, la rivolta della gioventù proletaria di Milano e di Torino e di Bologna, che in 400.000 aveva riempito le strade, aveva attraversato le scuole, le città, i quartieri, i luoghi del conflitto, aveva indicato nel governo, nei suoi luridi ministri, le ragioni della sua opposizione, ma non solo, aveva indicato quelli che ci stanno dietro, i padroni del mondo, i padroni della ricchezza, da Trump ai governi imperialisti europei, aveva indicato in questi i responsabili della situazione nelle scuole. E chiaramente l'avevano indicato in continuità con la lotta che avevano iniziato da tempo e che aveva visto il terreno della Palestina come il detonatore, e ora chiaramente ‘chiamati alle armi’ dal grandissimo movimento che scuote la Francia di Macron.

Un nuovo maggio francese? nessun paragone serve più di tanto se non a dare il segno dei tempi, è il segno dei tempi che gli studenti francesi hanno messo a ferro e fuoco il loro paese, richiamato intorno alla loro lotta, coloro che si sentono colpiti dai governi, innanzitutto sul terreno del Carovita, ma non solo, sul terreno della condizione lavorativa e soprattutto nutriti di un'indignazione, che mentre loro stringono la cinghia e gli viene negato tutto, i ricchi invece si arricchiscono sempre di più, le grandi multinazionali, in tutti i settori, la grande finanza di cui il lurido governo Macron è espressione principe, contro costoro si sono ribellati, hanno bucato gli schermi, hanno attaccato la polizia, si sono scontrati con la polizia, hanno reso le città il teatro di una rivolta che ricorda le tante rivolte che i proletari e le masse popolari e in particolare la gioventù hanno dato vita.

Il vento di Francia è arrivato nelle nostre città, ha bucato gli schermi, il tam-tam passato per i social, è arrivato alla gioventù proletaria del nostro paese che ha trovato l'occasione, il luogo per esprimere la sua ribellione, una ribellione giusta e sacrosanta, noi siamo con i giovani che si ribellano e faremo di tutto perché questa ribellione non si fermi, venga conosciuta, generalizzata dalle grandi alle piccole città, sabato, tanto per cominciare.

Il governo risponde con l'esercito, con i tribunali speciali, con le leggi speciali che non usano certamente verso i ricchi, i percettori di superprofitti, che non vogliono neanche toccare, che non usano contro i padroni che uccidono i loro operai, i loro lavoratori sui posti di lavoro, che non usano contro i fascisti, quelli sì, sostenitori di una violenza cieca verso i migranti e verso tutto ciò che è progressivo, che è bello in questo nostro paese.

Abbiamo un governo fascista che protegge i fascisti e attacca come se fossero criminali e delinquenti i giovani, i ragazzi che si ribellano - certo, nelle forme in cui la ribellione giovanile si è sempre espressa - che colpa hanno i ragazzi se le forme di ribellione gliele avete anche insegnate voi, attraverso l'uso dei mass media e dei social media, che sono considerati il bene primario, l'unico luogo di comunicazione? Gli chiudete i centri sociali, gli impedite di organizzarsi in forma vasta ed estesa in ogni angolo del territorio, gli impedite una vita decente, un reddito decente e poi li volete incarcerare, volete trasformare quello che è già un “carcere sociale” a cui si ribellano in un carcere reale, dove continuare a perseguitarli in nome dell'aspetto più barbaro del capitalismo e dei suoi governi.

Ma come sempre la borghesia non capisce e né capirà mai che la repressione alimenta la ribellione, più repressione più ribellione, certo a volte c'è il tempo della ribellione, il tempo della repressione, le pagine scure in cui le masse per riprendere la loro ribellione devono resistere alla repressione, devono scomparire mentre quando si ribellano appaiono, e certo, questa dialettica c'è sempre stata e ci sarà anche ora, ma il movimento che si è messo in moto non lo fermerete mai.

Per tutti coloro che si dicono di sinistra, proletari, in lotta, che condividono la lotta contro il carovita, la guerra, il fascismo, la democrazia, tutti coloro che si lamentano della sanità, delle scuole, che si lamentano della mancanza di un futuro, che si lamentano della barbarie quotidiana che ci restituisce la cronaca anche attraverso gli elementi efferati della cronaca nera, che cosa aspettano a schierarsi netto e chiaro con i giovani? E' il miglior modo per stargli vicino e dovrebbe esserlo anche per i loro genitori, anche se spesso non è, e partecipare in prima persona a questa lotta, far diventare questa una scintilla che incendia la prateria a Milano, a Torino e via via ovunque possibile, perché solo questo effettivamente può portare alla caduta del governo Meloni e non le chiacchiere dei vari Schlein, Conte, etc., etc., anime morte che vivono in un luogo morto della società, altro che Tempio della democrazia! In Parlamento Giorgetti presenta la legge di bilancio e non c'è nessun deputato neanche ad ascoltarlo, questo è il rispetto che queste merde hanno per il loro Parlamento! State lì, poltrite in quelle fogne, ma il vento della ribellione raggiungerà anche voi e certamente voi sarete dall'altra parte della barricata.

Sabato, ovunque possibile, con i ragazzi che si ribellano e dove non ci sono, per dargli voce attraverso la nostra voce e la voce di tutti coloro che sono effettivamente dall'altra parte rispetto a padroni, governi, stati, guerre, repressione, fascismo, genocidi, distruzione dell'ambiente....

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Le giornate di venerdì e sabato sono state per il nostro paese importanti. Venerdì vi sono state le grandi manifestazioni studentesche che hanno portato nelle piazze di tante città italiane, in primis le grandi, circa 400mila studenti. Esse effettivamente segnano l’ingresso in campo di un grande movimento studentesco, innescato da due fattori, esterno e interno, che si sono influenzati reciprocamente.

Primo di tutti il movimento di solidarietà con la Palestina, che ha mostrato come un’area significativa degli studenti ha scelto da che parte stare e si è impegnata a portare i combattimenti all’interno delle scuole del nostro paese. Un gigantesco movimento solidale che dentro le Università ha messo in discussione i rapporti tra Italia e Israele, e, per naturale prosecuzione, industria bellica e guerra imperialista. In entrambi si è cominciato a colpire netto e chiaro il governo e le Istituzioni italiane, caratterizzate dalla complicità con il genocidio e dal ruolo costante del governo, nella marcia verso la guerra, nel sostenere l’industria bellica e l’economia di guerra. Questo movimento ha riguardato essenzialmente le aree più politicizzare e meglio organizzate nella scuola, ma ha sicuramente contagiato una generazione di ragazzi e ragazze che è cresciuta e si è impegnata, e soprattutto si è scontrata perché la reazione del governo, dello Stato, dell’autorità scolastica è stata la repressione e la violenza.

Tutti i governi del capitale e dell’imperialismo hanno reagito nella stessa maniera, ma la natura fascisteggiante di questo governo vi ha aggiunto un carico da 90 coi decreti sicurezza e calando all’interno generale della scuola ideologie, programmi e azioni, volte a militarizzare la scuola, subordinarla, insieme all’alternanza scuola-lavoro, ai piani e programmi della borghesia imperialista italiana, delle borghesie imperialiste europee e, data la particolare natura del governo Meloni, del capo stipite dell’imperialismo, l’imperialismo Usa e del caporione di tutti i fascismi, Trump.

Questo è stato l’obiettivo detonatore del movimento attuale.

Ma il movimento sceso in campo in queste ultime settimane ed espressosi in questi giorni non è la stessa cosa, non è di pura continuità.

Il movimento colpisce al cuore la condizione studentesca, i costi della scuola, e vede questi costi dentro i costi generali dello scarico della crisi e delle guerre sulla condizione generale dei proletari e delle masse popolari.

Questo chiaramente mobilita le scuole di ogni ordine e grado e chiama in campo una generazione di giovanissimi che le frequenta.

Al fattore Palestina, anima del movimento e detonatore, si è aggiunta la questione Francia, e non solo.

In Francia, come storicamente avviene, dal maggio ’68 francese ai giorni nostri, ma senza alcun parallelismo superficiale, è davvero esploso un movimento possente nelle scuole, partito pressoché interamente dalla situazione delle scuole e dal rapporto tra le scuole e il bilancio generale dello Stato imperialista, di cui la guerra la fa sempre più da padrone.

L’ondata possente, tumultuosa, incalzante, con una dimensione di rivolta della Francia, ha parlato forte e chiaro attraverso gli schermi televisivi, i social e come sempre con l’incredibile tam-tam che stravolge e contrasta la narrazione delle borghesie imperialiste, dei suoi governi, dei suoi mass media, e mette in luce l’elemento centrale dello Stato che, quando i movimenti sono reali, mostra la sua natura nuda e cruda: lo Stato di polizia, la violenza di Stato, la reazione alla ribellione. Ma la repressione non spegne ma alimenta la ribellione.

La dimensione dello scontro di piazza è l’elemento che da valore ai movimenti e alla lotta, è esso che fa apparire come dietro lo scontro sociale c’è “l’idra della rivoluzione”. E’ questa la forza del movimento in Francia e il messaggio principale che buca lo schermo delle borghesie imperialiste e dei suoi governi e che arriva anche in Italia.

La cosa peggiore che possono fare i comunisti rivoluzionari e non guardare a questo; guardare l’albero e non la foresta e dimenticare la natura eterna e scientifica delle frasi di Mao Tse-tung: “E’ giusto ribellarsi”, “E’ la scintilla che accende le praterie”, “Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente”.

E, come si vede, via via che il movimento alza il tiro, con buona pace di tutti i riformisti, gli opportunisti, il movimento si allarga e non si restringe e raggiunge la materia incandescente della gioventù proletaria. La gioventù proletaria che viene dalle periferie, dalle banlieues francesi e da quelle italiane.

E quando questo avviene, lo scontro cambia natura, non è la condizione della scuola che è al centro, ma la condizione fuori della scuola, che oggi in realtà impatta sul problema dei problemi dei proletari e delle masse povere, il carovita. i governi della miseria, le famiglie costrette a privarsi di tutto, questo spiega come ad un venerdì si aggiunge un sabato.

Il sabato di fuoco di Milano, Torino, Bologna, e latente in altre città minori, ci dice chiaro che “s’avanza uno strano soldato”,

Per i proletari, i comunisti, i rivoluzionari è una gioia non una preoccupazione; è il nostro “richiamo della foresta”. Ed è lì nel fuoco della lotta di classe, in stretto legame con le masse che dobbiamo stare.

France - revolte et repression - info

 

France : Multiplication des interdictions préfectorales de manifester dans plusieurs grandes villes

En France, l’exécutif intensifie sa stratégie d’entrave au droit de manifester par la voix des préfectures, qui prononcent de nouveaux arrêtés d’interdiction visant les rassemblements prévus à Paris, Lille, Grenoble et Lyon. Justifiées par de prétendus risques de troubles à l’ordre public et la volonté de neutraliser la contestation sociale persistante, ces mesures d’interdiction s’accompagnent d’un quadrillage policier massif des centres urbains. Cette systématisation des interdictions administratives illustre la volonté de l’État de criminaliser l’exercice du droit de grève et de manifestation.

Tuesday, October 20, 2026

bsCEM statement on the ongoing protests across India against SIR and CEC Gyanesh Kumar - info by ICSPWI

..urging all democratic minded people to boycott the upcoming elections, and struggle militantly






France : Revolte et repression avancent - info - la question c'est l'insurrection!

Couvre-feux territorialisés et ciblage des mineurs suite aux révoltes du 17 octobre

En France, l’appareil d’État privilégie le découpage territorial et la contrainte d’exception pour tenter de juguler l’insurrection sociale lors de la journée du 17 octobre 2026. À la demande du Premier ministre Sébastien Lecornu, les préfets déclenchent des couvre-feux « localisés » et ciblés sur les zones considérées comme les plus « agitées » : des interdictions de circuler nocturnes, appliquées dès 20h ou 21h selon les arrêtés, touchent des portions stratégiques de Paris et Lyon, la totalité de la population dans des secteurs du centre-ville comme à Lille, ou exclusivement les mineurs non accompagnés à Nice, Bordeaux et Marseille. L’exécutif fixe le ciblage prioritaire des mineurs et la protection des zones commerçantes dégradées comme critères de déclenchement, tout en brandissant la possibilité de décréter l’état d’urgence si la contrainte municipale et préfectorale s’avérait insuffisante pour paralyser la rue.

Sur le plan institutionnel, cette surenchère sécuritaire s’accompagne d’un calendrier de consultations politiques à Matignon dès ce mercredi, où les syndicats et corps intermédiaires sont convoqués pour tenter d’amorcer une sortie de crise. Alors qu’Emmanuel Macron a maintenu Laurent Nuñez à son poste malgré sa démission proposée, le gouvernement entend combiner le quadrillage policier nocturne à des annonces d’aides financières et d’indemnisations d’urgence pour les commerces pillés, cherchant à isoler les éléments contestataires face aux nouveaux appels à un « acte II » dès ce weekend.

Estado espanol - 🚨 La juventud avanzamos hacia la Huelga General del 11 de noviembre.

 

🚨 La juventud avanzamos hacia la Huelga General del 11 de noviembre.
Las jóvenes nos preparamos para intervenir en la lucha de clases, enfrentar sus negocios que hacen imposible nuestro derecho a la vivienda.

🔑 Con las compañeras del Sindicato de Inquilinas de Madrid hablamos de vivienda, juventud, rentismo y organizamos la huelga general en las universidades públicas de Madrid.

Busca tu convocatoria más cercana.

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Albanie : Le pouvoir durcit le ton après sept jours d’affrontements à Tirana - info


En Albanie, le mouvement de contestation populaire et étudiant déclenché à Tirana se heurte à un verrouillage politique strict de l’appareil d’État. Au septième jour de mobilisations contre la hausse du coût de la vie et les conditions universitaires, le Premier ministre Edi Rama a affirmé que la « ligne rouge » avait été franchie, rejetant toute concession face à la rue. Face aux actions visant les ministères, l’exécutif déploie un lourd arsenal répressif (canons à eau, gaz lacrymogènes et arrestations massives), soldé par environ 300 blessés. 

secours rouge 

A Look Back at October 17 - unitè communiste france - for debate

 

A Look Back at October 17

On October 17, 800,000 people took to the streets in every cities across France, making it the largest day of mobilization since the end of the 2023 movement against pension reform. This is far fewer than the latter, which had the support of all the unions and drew as many as 3,500,000 people, but far more than the uprising in working-class suburbs in response to the murder of the young Nahel, that same year, which had drawn between 50,000 and 100,000 people. However, it was not the size of the October 17 mobilization that made it the most significant, but its combativeness. October 17 was the most violent day since the historic “Act III” of the Yellow Vests movement on December 1, 2018, during which the Arc de Triomphe in Paris was stormed, among other things.

A majority of the protesters were under 25, and the mobilizations were concentrated mainly in urban centers, which places this movement more in the continuation of the high school student movement than in that of the Yellow Vests, from which it drew inspiration. Young people took advantage of a month of blockades and demonstrations to learn how to confront the police, when and where to retreat, and how to equip themselves. All the marches were marked by joyful excitement and great solidarity. Compared to the Yellow Vests movement, violence was much more widespread, but far less directly directed against the state. In some cities, such as Lyon, the entire mobilization was more or less unauthorized, and the majority of demonstrators supported violent actions through their presence or participated in them themselves. That said, the clashes with the police—vastly overwhelmed in almost every city, including Paris—were not very offensive. The bourgeois law enforcement forces were generally secondary targets, against whom no major open “battles” were waged (as had been the case in 2023 or 2018), but only opportunistic “skirmishes.” However, all the violence that was not directed against the police was directed at institutions of the bourgeois Republic and businesses. Major sports, electronics (Boulanger, Apple Store, etc.), and luxury retail stores were stormed and looted everywhere. The Limoges City Hall and the Lyon Tourist Office were set on fire. The city halls in Marseille, Angers and Lille, and the official residence of the Gironde prefect in Bordeaux were ransacked.

Police forces were stretched to the limit across the 110 cities where the movement took place; in every one of them, the number of participants had been underestimated by the authorities, who had not anticipated that they would be more than 100,000 throughout France. Blockades began early in the morning, and looting escalated throughout the day, continuing well into the night. The police did not regain control of the city centers until the early hours of October 18. Police unions complain of being under-equipped and of having occasionally run out of ammunition (tear gas, rubber bullets, grenades) while in action. The possibility that the under-deployment of police forces was a political calculation on the part of the government cannot be ruled out.

We are not afraid to say that October 17 was, for a big part, a day of urban riots; riots have always been and will always be part of the proletariat’s arsenal of struggle, and the proletariat needs to educate itself in them. This form of proletarian struggle teaches the proletariat things that other more legal and peaceful forms of struggle, such as strikes, will never teach. Compared to the latter, riots have the great virtue of distinguishing between those who follow the proletariat in all its struggles, or only in a limited part of them; those who encourage it to break free from bourgeois methods and structures of struggle (however important and necessary they may be), or to remain within them. Communists are not accountable to the petty-bourgeois shopkeepers who lament their ruin, but to the masses of young male and female workers who are revolted by their conditions.

This new demonstration of the anger and courage of the masses gives us great hope for the coming years and decades of struggle of the proletariat and the people, in France! However, as we noted recently regarding the high school student movement, the movement remains overwhelmingly dominated by reformist politics, even in its most advanced fringes. On the positive side, the fascists were unable to find any place in this movement; on the negative side, the parliamentary party La France insoumise (LFI) was able to easily and quickly take a large place within it. Mélenchon [the founder, leader and candidate of the LFI party for the next presidential elections] has succeeded in convincing young people that making a revolution and voting for him in 2027 [in the next presidential elections] are one and the same. Returning to the comparison with the Yellow Vests movement, we must note that “revolutionary” (democratic) politics only began to develop from its most advanced fringes after several months of struggle and raising consciousness on the roundabouts [where the Yellow Vests spontaneously gathered to protest and block roads accross the country] and in the general assemblies. We hope that October 17 is only the beginning of a movement that will undergo a similar process of maturation.

|Freedom for journalist Ahmet Polad (Mehmet Nizam Aslan)!

 

Turquie : Appel d’urgence du père d’Ahmet Polad face à la dégradation de son état de santé en détention

Face à la dégradation rapide de la santé de son fils, le père du militant et journaliste kurde Ahmet Polad a lancé un appel public d’urgence pour dénoncer l’inaction de l’administration carcérale. Il alerte sur le fait que son fils, atteint de lourdes pathologies ne pouvant plus être traitées dans une simple cellule, doit être immédiatement transféré vers un hôpital adapté sous peine de séquelles irréversibles ou d’une issue fatale.

Cet appel met en lumière l’obstruction systématique orchestrée par les autorités carcérales, qui refusent d’orienter les détenus malades vers des structures hospitalières extérieures. Cette négligence médicale délibérée constitue une arme d’anéantissement à petit feu contre les opposants politiques, utilisée par l’appareil d’État turc pour punir la contestation et briser la résistance au sein même des prisons.

France : 2 397 interpellations et offensive de l’exécutif face à la révolte

 

Au lendemain de la mobilisation du 17 octobre 2026, l’appareil d’État a affiché une réponse ultra-sécuritaire d’une ampleur inédite à l’échelle de la France. Le bilan officiel actualisé par le ministère de l’Intérieur s’élève désormais à 2 397 interpellations sur l’ensemble du territoire national. À Toulouse, où la préfecture et le parquet recensent 107 interpellations, la répression a ciblé massivement les manifestants pour tenter d’étouffer les cortèges qui ont mis en échec la stratégie du maintien de l’ordre.

Dimanche 18 octobre lors d’une allocution présidentielle, Emmanuel Macron a dénoncé avec véhémence des « violences inacceptables », affichant sa fermeté sans céder un pouce sur les revendications sociales et refusant la démission déposée par le ministre de l’Intérieur Laurent Nuñez, après les fiascos tactiques du maintien de l’ordre. Pour accentuer la criminalisation du mouvement, le Premier ministre Sébastien Lecornu a annoncé un durcissement des sanctions financières et pénales, relayé par les appels de partis de la majorité comme Horizon exigeant la dissolution d’organisations politiques de gauche révolutionnaire telles que Révolution Permanente.

Milan / Italy - proletarian youth revolt


 

Thursday, October 15, 2026

Stand with the Indian People Fighting for Democracy Against Hindutva Fascism! Onwards to Genuine Democracy!

 


Commentaires sur le mouvement lycéen - Unitè Communiste France - for debate

Le 18 septembre marqua le début du mouvement lycéen qui s’étendit au reste de la France quelques jours plus tard. Il débuta en banlieue parisienne avec pour déclencheur des conditions d’étude insoutenables : manque de personnel et de matériel, bâtiments vétustes et difficultés à poursuivre des études supérieures (Parcoursup).

Le 1er octobre, plus de 600 lycées sont bloqués dans tout le pays, et un peu moins de 2 000 personnes sont interpellées. Toutes les grandes villes de France sont touchées. Le 6 octobre, les manifestations dans l’ensemble du pays réunissent entre 256 000 personnes (selon le ministère de l’Intérieur) et 450 000 personnes (selon les organisateurs et organisatrices). Ces manifestations n’étaient pas que massives, elles étaient surtout très jeunes et combatives. Cela faisait depuis mai-juin 1968 que nous n’avions pas vu autant de personnes jeunes s’engager spontanément dans la lutte.

Le 27 septembre, un policier tire une grenade à bout portant dans le visage d’un enfant de 14 ans. Cet enfant, Éden, a eu une double fracture de la mâchoire et a perdu toutes ses dents. Le 29, un policier étrangle une enfant de 14 ans. Le 30, un policier tire au LBD dans le visage d’un enfant de 16 ans qui perd alors un œil. Le 2 octobre, un policier arrête un lycéen de 17 ans dans un ruisseau, tête dans l’eau, mais cette fois, les autres lycéens interviennent et le passent à tabac. Le 5, un enfant de 15 ans a eu la main arrachée par une grenade. À cette liste, se rajoutent les actes habituels de violences policières, dont de violences sexuelles.

Tout ceci tombe au moment où le Premier ministre devait présenter son budget pour l’année à venir. L’État est mis en difficulté : il doit tout faire pour régler le problème de la dette publique, calmer les automobilistes qui voient le prix de l’essence monter, et maintenant gérer la jeunesse qui se révolte.

En utilisant une répression disproportionnée contre des enfants, l’État a fait une erreur immense (de son point de vue), qu’il hérite de ses décisions passées, celles d’augmenter unilatéralement la répression contre les mouvements sociaux. L’État s’est d’autant plus aliéné les masses en s’attaquant à leurs enfants : maintenant ce ne sont plus seulement les jeunes qui manifestent, mais aussi leurs parents. Se rajoutent aux jeunes et à leurs parents les syndicalistes, les élus de gauche, etc. La France est aujourd’hui dans une position de honte internationale : incapable de gérer son budget, de faire face à sa dette, et maintenant de contenir des enfants qui se révoltent contre le déclassement de leur éducation.

L’État tente alors la négociation : nouvelles consignes de « maintien de l’ordre » (interdiction de l’utilisation des grenades assourdissantes, etc.), plateforme « citoyenne » en ligne, dialogue avec les syndicats lycéens, etc. Beaucoup de lycées et d’universités ont préféré fermer leurs portes plutôt que de permettre aux lycéens et lycéennes et aux étudiants et étudiantes de se mobiliser sur les blocages. Le gouvernement sait que les vacances scolaires débutent dans une semaine et que le temps joue pour lui. Il sait que les jeunes ne se mobiliseront pas pendant celles-ci et qu’il sera difficile de faire repartir le mouvement après.

Face à la colère des masses, la bourgeoisie a deux méthodes : la répression et la négociation. Lorsqu’une méthode ne suffit pas seule, l’autre la complète. Ce phénomène est particulièrement important en France, où la négociation plus ou moins pacifique entre la bourgeoisie et le prolétariat passe historiquement par une première phase de mouvements sociaux plus ou moins violents. Les derniers mouvements sociaux ayant tous échoué, la bourgeoisie ayant donc de moins en moins besoin de la négociation, de moins en moins de raison de repartager ses profits, la répression augmente. Les méthodes de luttes doivent évoluer en conséquence. La forme du mouvement des Gilets jaunes était une réponse des masses aux changements dans les méthodes de compromis entre le prolétariat et la bourgeoisie. Celle-ci était trop inhabituelle et « sauvage » pour une grande majorité de la gauche, qui n’avait alors pas su réagir. Aujourd’hui, la rapidité et l’intensité du mouvement étudiant surprennent. L’État s’adapte plus vite et cherche de nouvelles méthodes de compromis. Aujourd’hui, la bourgeoisie française a toujours les moyens de négocier pour calmer la jeunesse.

Mais, tout ceci n’est qu’un avant-goût de ce qui nous attend. La jeunesse se soulève aujourd’hui non pas parce qu’elle réclame de meilleures conditions d’éducation, mais parce qu’elle sait que son avenir est incertain. Cette jeunesse se forme aujourd’hui dans la lutte des classes et est soutenue par la majorité des masses, tout comme l’étaient aussi les Gilets jaunes. Les mouvements sociaux se font plus rares que dans la période précédente, mais ils sont plus imprévisibles, plus explosifs, plus soudains, etc. Avec l’intensification des contradictions interimpérialistes, il est clair que nous marchons vers une Troisième Guerre mondiale. Cette guerre sera l’occasion pour les communistes du monde entier d’agir, de saisir leur rôle d’avant-garde du prolétariat, et de prendre le pouvoir. Une Guerre mondiale signifie des conditions de crise dans la majorité des pays du monde, du côté de la bourgeoisie comme des masses opprimées. C’est avec une crise au « sommet » et à la « base » qu’une situation est révolutionnaire, qu’une révolution est possible.

À la Guerre mondiale s’ajoute la crise écologique : changement climatique, catastrophes naturelles, zoonoses pandémiques, extinction des espèces, etc. La jeunesse sait qu’elle n’a pas d’avenir, que le monde brûle. L’avenir de l’humanité n’a jamais été si sombre, et c’est parce qu’il est si sombre qu’il peut être si brillant. C’est parce que leur futur est la crise que les masses pourront s’en emparer, se révolter.

Quelles sont donc nos tâches, aujourd’hui en France ? Il est clair que le mouvement actuel ne débouchera pas sur la révolution. Il n’y a pas de crise suffisamment forte au sein des masses ni au sein de la bourgeoisie, et il n’y a pas non plus de Parti communiste capable de diriger les masses dans leur combat. À ce sujet, le mouvement actuel est dominé politiquement et idéologiquement par la gauche réformiste parlementaire et syndicale. Mais, le mouvement actuel est plein d’espoir. Il est l’un des nombreux signes que nous avançons vers des changements radicaux, d’ici une ou plusieurs décennies.

La situation actuelle en France et à l’international nous place devant nos responsabilités : celle de former des cadres communistes professionnels afin de reconstruire le Parti et l’Internationale communistes, pour être digne de notre époque.

India - struggle agaist death penalty!

 


పది మంది ఆదివాసీల ఉరిశిక్ష రద్దు కోసం 16న సభ‌

కరపత్రం

జీరం ఘాటి కేసులో పది మంది ఆదివాసీల ఉరిశిక్ష వెంటనే రద్దు చేయాలి!

  • ఐఏపిఎల్

ఈ సెప్టెంబర్ 16 వ తేదీన ఛత్తీస్ గడ్ రాష్ట్రం జగదల్పూర్ NIA కోర్టు 10 మంది ఆదివాసులకు ఉరిశిక్ష వేసింది. 25 మే 2013 న జీరం లోయ లో మావోయిస్టు వ్యతిరేక సాయుధ సల్వాజుడుం వ్యవస్థాపకుడు కాంగ్రెస్ పార్టీ నాయకుడు మహేంద్ర కర్మ లక్ష్యంగా సాగిన మావోయిస్టు దాడి ఘటనలో మొత్తం 29 మంది చనిపోయినారు. అయితే, ఆనాటి ఘటనలో దాడి కి ప్రత్యక్షంగా నాయకత్వం వహించి, వ్యూహం రచించిన ఆనాటి మావోయిస్టు నాయకులైన దేవీజీ, బర్సె దేవా లాంటి ‘పై’ స్థాయి నాయకులైన 27 మంది పై కేసులైతే పెట్టారు కానీ వెంటనే అరెస్ట్ చేసింది మాత్రం స్థానిక ఆదివాసీ గ్రామస్తులైన 10 మందిని. వారిలో ఒకరు 2017 విచారణ ఖైదీగా చనిపోగా గత 13 ఏళ్లుగా విచారణ ఖైదీలుగా జైలులో మగ్గిన వారి పై తగినంత సాక్షాదారులు లేకున్నా వారికి ఉరి శిక్ష వేశారు. ఈ రోజున ఛత్తీస్ గడ్ ఆదివాసీ సమాజం ఈ ఉరి శిక్షకు వ్యతిరేకంగా పోరాడుతోంది. మరీ ముఖ్యంగా నాయకత్వ స్థానంలో దాడికి పాల్పడ్డ వారు ఒకవైపు లొంగి పోయి స్వేచ్ఛగా బయట ఉంటే ఇదే కేంద్ర రాష్ట్ర ప్రభుత్వాలు వారికి నజరానాలు ఇచ్చి జీవించే స్వేచ్ఛనిస్తూన్నాయి. కానీ స్థానిక ఆదివాసీలకు మాత్రం వారికి దాడిలో ప్రత్యక్ష, పరోక్ష పాత్ర నిరూపించే సాక్షాధారాలు లేకున్నా ఇన్నేళ్ళుగా జైలులో మగ్గిన తమ వారిని విడిచి పెట్టక పోగా ఉరిశిక్షను వేయటాన్ని మొత్తం ఆదివాసి సమాజం అదెలా సాధ్యమని ఈ దేశంలోని న్యాయ వ్యవస్థను ప్రశ్నిస్తోంది. ఇదెక్కడి న్యాయ సూత్రమని అడుగుతోంది. ఆదివాసీలపై ఇంతకంటే న్యాయ వివక్షకు తార్కాణముందా అని నిలదీస్తోంది.
జీరం ఘాటీ కేసులోనే కాదు ఇప్పటి వరకు ఈ దేశంలో ఉరి శిక్షలు పడ్డ కేసులన్నింటినీ పరిశీలిస్తే, పరిశోధిస్తే ఒక సత్యం వెలుగులోకి వస్తుంది. కేవలం సామాజికంగా, ఆర్థికంగా బలహీనులైన వారే ఉరిశిక్షపడి ఉరి కంభం ఎక్కుతున్నారు. అగ్రకులస్తులకి, ఆర్ధిక స్థితిమంతులకి మరణశిక్షలు అక్కడో ఇక్కడో కోర్టులు విధిస్తున్న, అవి జీరం
ఘాటీ లాంటి ఘోరమైన హత్యలే అయినా కానీ అప్పీళ్ల కోర్టుల్లో అవి మాత్రం కొట్టుడు పోతున్నాయి.

అశ్వథామ హతః కుంజరః లాగ, చట్టం ముందు అందరూ సమానులే, కొందరు మాత్రమే ఎక్కువ సామజిక ఆర్థిక సమానులు. మరెందరో తక్కువ సమానులు. అందుకే దళితులకు, బహుజనులకు, మైనారిటీలకు మాత్రం పై కోర్టు అప్పీళ్లలో లో గాని, క్షమా భిక్షా విడుదలలు గాని అదే న్యాయం దక్కడం లేదనేది – కాదనలేని అక్షర సత్యం. అంకెల్లో అగుపడే వారి మరణశిక్షలే అందుకు సాక్షం. ఇదేదో మాలాంటి హక్కుల సంఘాలు, న్యాయవాద సంఘాల ఆరోపణలో, వాదనలో కాదు. దేశంలోని ప్రతిష్టాత్మకమైన జాతీయ న్యాయ కళాశాల విద్యార్థి, అధ్యాపకుల పరిశోధన తో కూడిన ప్రాజెక్ట్ 39A నివేదిక తేల్చిన పచ్చి నిజం.

నిజమే, మరణ శిక్షలు పడ్డ వారంతా హీనమైన నేరాల్లో శిక్ష పడ్డ వారే. వారిని అందరిని విడిచి పెట్టమని ఎవరు అనటం లేదు. కానీ మానవ నాగరిక ప్రపంచ పటంలో మరణ శిక్షని అనాగరిక, ఆటవిక శిక్షగా భావిస్తూ సగం దేశాలు శిక్షా స్మృతి కృతి నుండే తొలగిస్తే, మరికొన్ని దేశాలు ఎన్నో ఏళ్లగా మరణ శిక్షలు చట్టాల్లో ఉన్న అమలు లో మాత్రం మినహాయిస్తున్నాయి. కానీ ప్రపంచంలో అతిపెద్ద ప్రజాస్వామిక దేశాలైన అమెరికా, భారత్ అలాగే చైనా ఇతర అరబ్ దేశాలు మాత్రం ఇంకా మరణ శిక్షలు అమలు చేస్తున్నాయి.

Tuesday, October 13, 2026

CASR Strongly Condemns Arrest of Four Activists Under APUAPA

 




PRESS STATEMENT
Date: 13 October 2026
CASR Strongly Condemns Arrest of Four Activists Under APUAPA, 2014; Expresses Solidarity with the People of Arunachal Pradesh Resisting the Proposed Siang Mega-Dam
New Delhi: The Campaign Against State Repression (CASR) strongly condemns the detention of four activists under the Arunachal Pradesh Unlawful Activities (Prevention) Act (APUAPA), 2014, for opposing the pre-feasibility report (PFR) studies for the proposed Siang Upper Multipurpose Project (SUMP). CASR stands in solidarity with the people of Arunachal Pradesh resisting the proposed mega-dam and demands the immediate release of the detained activists, the withdrawal of security forces from the affected areas, and the scrapping of the proposed project.
The four residents of Geku in Upper Siang district—Adum Tayom, Omak Paron, Okut Paloh and Oson Paron—were detained following protests against the proposed project. Their detention raises serious concerns about the use of repressive laws to suppress democratic dissent and criminalise communities defending their ancestral lands, livelihoods and environment.
The struggle in Arunachal Pradesh must be understood in the broader context of the increasing criminalisation of anti-displacement movements and the systematic targeting of Adivasi, Indigenous and other marginalised communities resisting the appropriation of their land and natural resources for large infrastructure and corporate projects.
From Kaziranga to the Siang Valley: Criminalising Resistance to Displacement
Only a few months ago, Assam witnessed a similar confrontation between communities defending their land and a state government determined to pursue a corporate development project. In Kaziranga, Indigenous and Adivasi communities, including tea workers and their families, protested against the proposed luxury hotel project near Kaziranga National Park, raising concerns about land rights, displacement and environmental destruction

France - Nous, étudiant·es de l’ENS Ulm, réuni·es en assemblée générale le 6 octobre 2026, avons décidé de porter cette motion.

 

Nous tenons en premier lieu à apporter notre soutien aux lycéen·nes qui se mobilisent depuis maintenant plus d’une semaine, partout en France, pour exiger des conditions décentes d’éducation : la rénovation de leurs locaux délabrés, l’adaptation des infrastructures aux conditions extrêmes de chaleur et de froid, le remplacement des enseignant·es en congés longue durée, l’augmentation du nombre de personnel scolaire (AED, AESH, infirmier·es scolaires, psychologues de l’éducation nationale…), l’abrogation de Parcoursup…

Nous dénonçons la violence extrême de la répression policière qu’iels ont subie. Il est, pour nous, inadmissible de voir autant de lycéen·nes mutilé·es par des armes comme le LBD classées armes de guerre par la réglementation internationale. Nous enjoignons fermement le gouvernement d’écouter au plus vite le mouvement lycéen et de prendre des mesures concrètes et d’arrêter ce massacre.

Les revendications du mouvement étudiant s’inscrivent dans la continuité de ces demandes et rappellent la surcharge des classes de TD, le manque cruel de chauffage dans les établissements, le rationnement des bibliothèques universitaires, le manque de budget alloué aux restaurants universitaires, qui s’abat sur les gestionnaires de CROUS et sur les étudiant·es et qui force à l’instauration de jauges, les menaces concernant la baisse voire la suppression des APL, et la précarisation de plus en plus grande des étudiant·es extra-communautaires. Nous rappelons que 26 % des étudiants déclarent des difficultés économiques importantes, qu’un étudiant sur deux saute régulièrement des repas par manque d’argent, que 30 % ont renoncé à intégrer l’établissement de leur choix pour des raisons financières.

Nous, qui évoluons au plus près de la recherche scientifique, dénonçons également la baisse de moyens qui y sont alloués, et qui forcent institutions et chercheur·euses à une surcharge administrative, à une mise en compétition des scientifiques (appels à projet, ANR…) et à l’établissement de partenariats privés qui limitent la liberté académique.

Statement against the Death Sentence for the Jiramghati 10 Political Prisoners in India - diffused by ICSPWI- partecipant

 

Statement against the Death Sentence for the Jiramghati 10 Political Prisoners in India

The “International Coordination in Solidarity with Political Prisoners” expresses our deep concerns about and condemns the death sentence awarded to 10 indigenous (Adivasi) political prisoners in India on 16th September 2026. These 10 Adivasi political prisoners (the Jiramghati 10), who have been accused of being part of the Peoples’ Liberation Guerilla Army (PLGA) of the Communist Party of India (Maoist), were convicted in the 2013 Jhiram Ghati (Jhiram Valley) attack case by a special NIA court in the city of Jagdalpur, Chattisgarh state, central India.

In the Jhiram Ghati incident in 2013, a convoy of the then ruling Congress Party which was passing through the Jhiram valley was ambushed by the PLGA, resulting in the death of 29 Congress leaders and workers. Among the killed was Mahendra Karma, the founder and leader of the notorious Salwa Judum, a paramilitary vigilante force formed by recruiting some sections of Adivasi peoples with the active backing of the government and local mining corporations, which was involved in widespread attacks, torture, sexual harassment, burning, looting and displacement of Adivasi communities into “strategic hamlets” in the name of combating the CPI(Maoist).

The 10 Adivasi political prisoners who have been sentenced to death were picked up from nearby villages after the ambush and were accused of being active members of the PLGA and of being involved in the attack. The 10 persons sentenced to death have consistently maintained their innocence, and their families have always declared that they were arbitrarily arrested and falsely implicated in the Jhiram Ghati incident.

They have spent the last 13 years in prison while the trial process has gone on. Now after, suffering 13 years of imprisonment, they have been sentenced to death. One of the accused persons even died while the trial proceedings were going on after spending many years in prison. While the death sentence being awarded at the same time to 10 political prisoners is very uncommon even under known authoritarian governments, it clearly illustrates the biased, unjust and authoritarian situation of the “justice” system in so called “democratic” India.

Under this justice system, people from poor and disadvantaged backgrounds, such as the Jiramghati 10, have little chance of effective legal defence and judicial recourse when they are implicated in political cases. This is the case with thousands of political prisoners from Adivasi, Dalit and minority (Muslim) backgrounds who are suffering many years of imprisonment in the jails of India today.

The fascist government of Narendra Modi has weaponized the judicial system itself against all resisting people, such that the judicial process itself has become the punishment. And at the end of these long and tortuous judicial processes, we now see the death sentence being applied at a mass scale in this Jiram Ghati case, clearly demonstrating the miscarriage of justice.

We therefore consider this death sentence as a grave case of misapplication of justice by a biased judicial system. We understand that many Adivasi peoples in the conflict region of Bastar in central India had taken up arms and joined the insurgency in a struggle of resistance against the state-corporate onslaught that has tried to deprive them of their lands, lives and livelihoods over the last two decades.

However, just being part of a popular insurgency cannot be the reason for being sentenced to death in a criminal case without an unbiased trial and due process of law. This is the result of a “judicial encounter”, similar to the military encounters in which more than 500 Adivasi peoples have been killed this year by Indian security forces under the “Operation Kagar” without any trial or legal process.

It is also a fact that not a single person has been tried or convicted for the many well documented cases of killings, tortures, sexual attacks and other human rights violations by the Salwa Judum militia or security forces over the last fifteen years, even though the Salwa Judum was itself outlawed by the supreme court of India in 2011.

We consider that the death sentence for the Jiram Ghati 10 is purely the action of a revengeful state which wants to set a lesson for the Adivasi peoples of Bastar and all struggling people in general who are resisting the fascistic Modi government’s attacks on the people of India. We therefore demand the revocation of the death sentence and immediate release of the Jiram Ghati 10 and call upon all international organizations in solidarity to join our call for the same.

Palestinian Prisoners and State Repression - ICSPP

 

Palestinian Prisoners and State Repression

For several decades now, human rights organizations have been documenting and gathering testimonies from Palestinian prisoners that attest to the devastating conditions in Israeli prisons. The situation of Palestinians must be understood as a history of systematic repression, disenfranchisement, and state violence, perpetuated by decades of Non-governmental organizations such as Amnesty International have classified Israel’s actions in the Gaza Strip as genocide, and the independent UN Commission of Inquiry concluded in September 2025 that Israel committed acts in the Gaza Strip that constitute genocide. However, even aside from these organizations and commissions, thousands of reports from Palestinians in the Gaza Strip, as well as from journalists and media professionals, document displacement, starvation, and genocide.

A particularly significant component of this repression is the Israeli prison and detention system. According to B’Tselem (the Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories), a total of 9,187 Palestinians were in detention as of the end of June 2026. Among them, 3,233 people were in administrative detention, and 1,237 people were being held under the so-called Unlawful Combatants Law. Under administrative detention, a person can be held without a specific criminal offense being proven against them in a regular trial. Detention orders can be extended in such cases, while those affected and their attorneys are unable to access essential information. In addition, there are hundreds of people from Gaza who have been detained in military facilities without due process or, in some cases, even without being registered, which is why the actual number of cases is likely to be in the tens of thousands.

These figures reflect a system in which deprivation of liberty has become a tool of political and social control.

Torture as a Daily Reality of Detention

Even more serious are the numerous reports regarding the treatment of prisoners: Amnesty International documents, among other things, beatings, sleep deprivation, starvation, denial of medical care, shackling, blinding, the use of dogs, rape, and other forms of sexual violence. According to Physicians for Human Rights–Israel, at least 98 Palestinians died in Israeli custody between October 2023 and November 2025. In late 2025, the UN Committee Against Torture described a de facto state policy of organized and widespread torture and ill-treatment.

A UN report from 2024 had already documented statements from former prisoners. People reported that they were kept blindfolded and shackled for extended periods, naked or clad only in diapers, in cage-like facilities. Others reported electric shocks, cigarette burns, waterboarding, beatings, sleep and food deprivation, as well as being held for extended periods in painful stress positions. Numerous reports have also come to light in which detainees describe sexualized torture.

The nature of this repression was also evident, among other things, in the treatment of international activists who attempted to bring humanitarian aid to Gaza. The Global Sumud Flotilla was intercepted by Israeli forces in 2025 and again in 2026. In April 2026, approximately 175 activists were arrested.

Amnesty documented, among other things, sleep deprivation as well as the denial of drinking water and medical care for flotilla participants who had already been arrested in October 2025. Investigations were launched in Italy into the treatment of 36 Italian female activists on suspicion of torture and other forms of abuse.

In the case of the Madleen, which set sail for Gaza in June 2025 with twelve activists—including Greta Thunberg and Rima Hassan—all crew members were arrested following the interception. Amnesty described the detention of the unarmed activists as arbitrary detention.

The Death Penalty and Legal Inequality

The expansion of the death penalty in 2026 is particularly drastic. It is important to be precise here: Israel did not introduce the death penalty for the first time in 2026. Rather, what is new is a law that significantly expands its application. The Knesset passed this law on March 30, 2026. Amnesty International is calling for its repeal and criticizes it as discriminatory.

Its application in the West Bank is particularly relevant. There, under the Israeli military justice system, the death penalty can be imposed on Palestinian women convicted of certain homicide offenses related to acts classified as terrorism. The problem lies not only in the death penalty itself, but also in who is subject to this legal system. Palestinian women in the West Bank are prosecuted in military courts, while Israeli settlers there are generally subject to Israeli civil law. Amnesty and other human rights organizations criticize this legal inequality.

This creates a situation in which the same territory is governed by different legal systems -depending on whether a person is Palestinian or not. The new death penalty regulations further exacerbate this inequality.

Torture, sexual violence, arbitrary detention, and the death penalty are not legitimized simply because a state justifies them on the grounds of “security.” We therefore demand an end to the genocide and the abolition of the death penalty.

Freedom for all Palestinian prisoners!

Freedom for all political prisoners!