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La immensa marcia femminile del 27 maggio per chiedere le dimissioni di Rodrigo Paz
Al termine dell’incontro, Paz ha annunciato l’avvio di negoziati per ottenere un prestito di 5 miliardi di dollari dal FMI. Il governo cerca di presentare questa possibilità come un modo per “stabilizzare” la situazione e riacquistare margine di manovra attraverso sussidi o concessioni parziali ai settori colpiti dalla crisi, come quello dei trasporti. Negli ultimi giorni, i sindacati dei trasporti pesanti di quasi tutti e nove i dipartimenti del Paese si sono uniti ai blocchi e alle proteste, chiedendo le dimissioni di Paz e denunciando il fatto che, pur avendo accettato l’aumento del prezzo del carburante, si sentono truffati perché la benzina non sovvenzionata e di bassa qualità ha danneggiato i loro veicoli.
Il fallimento del dialogo finora aumenta la probabilità che il governo stia preparando una soluzione di forza.
Una crisi che si aggrava di ora in ora
Quella che era iniziata come una serie di blocchi e proteste contro le politiche di austerità del governo di Rodrigo Paz si è trasformata in una ribellione operaia, contadina, indigena e popolare che si sta diffondendo in vari dipartimenti del paese e sta iniziando a paralizzare intere regioni.
La portata del movimento non può più essere misurata solo dal numero di blocchi o manifestazioni. A La Paz il trasporto pubblico e merci è di fatto bloccato a tempo indeterminato a causa della carenza di carburante. La mancanza di farina minaccia di lasciare ampi strati della popolazione senza pane e le aziende farmaceutiche stanno annunciando la sospensione della produzione di farmaci. A Cochabamba si sta assistendo a un inasprimento dei blocchi e il loro numero continua a crescere. Il governo sembra sempre più incapace di ripristinare la normale attività economica e politica nel paese.
In questo contesto, il Parlamento si è comportato come strumento diretto dell’escalation della repressione. L’abrogazione della Legge 1341 – che stabiliva limiti e responsabilità in merito allo stato di emergenza – libera il potere esecutivo e i parlamentari dal controllo politico e penale, aprendo la strada alla possibilità di uno stato d’assedio regionalizzato nelle aree più conflittuali. Lungi dal fungere da mediatori politici, il Parlamento e i tribunali – che di recente hanno respinto un ricorso di habeas corpus [di tutela dei diritti individuali a manifestare senza incorrere in arresti arbitrari – n.] presentato dal leader della COB Mario Argollo – si stanno sempre più allineando a un approccio repressivo nei confronti della crescente mobilitazione.
Il governo insiste retoricamente sul “dialogo”, ma ogni tentativo di negoziazione appare completamente scollegato dai settori reali che alimentano la mobilitazione. Le tavole rotonde promosse dalla Vicepresidenza o i forum economici ufficiali cercano di proiettare un’immagine di de-escalation mentre il conflitto continua ad intensificarsi.
La crisi del regime si manifesta anche nello sfaldamento delle stesse burocrazie sindacali e contadine. I leader della COB e delle organizzazioni contadine ammettono apertamente di essere stati surclassati dai loro stessi militanti. In diverse parti del paese cresce il dissenso nei confronti della leadership conciliante e clientelare, accusata di tentare di arrestare o deviare una lotta che si sta radicalizzando sempre più.
La situazione attuale mostra un governo stretto tra due impossibilità: non può sconfiggere il movimento con la repressione e, al contempo, non può offrire concessioni parziali senza compromettere l’intera politica economica e di austerità.
L’eruzione dal basso e la tendenza all’auto-organizzazione
Uno degli elementi più importanti dell’attuale momento politico è lo sviluppo embrionale di forme di coordinamento dal basso. Assemblee, comitati di blocco e spazi di coordinamento locale e regionale stanno emergendo come alternative alla passività o alla collaborazione aperta della dirigenza burocratica.
Esperienze come quelle sviluppatesi a Puente Vela e nel Distretto 8 di El Alto esemplificano questa tendenza. Delegazioni di operai, minatori, contadini e persone provenienti da altri dipartimenti convergono in spazi comuni di deliberazione e coordinamento, mentre settori sempre più ampi elaborano proprie strategie per sostenere e approfondire la lotta.
Anche nelle piazze stanno emergendo fenomeni sempre più di natura politica. L’enorme marcia femminile contro la repressione, che chiedeva il ritiro dei coscritti – i loro figli – e la loro adesione alle masse mobilitate, esprime una profonda coscienza di classe: la consapevolezza che il governo avrebbe potuto tentare di affidarsi a forze armate composte in gran parte da figli e figlie di operai, contadini e indigeni. Questa consapevolezza si è espressa con forza nell’appello alla grande mobilitazione femminile partita dal cimitero di La Paz il 27 maggio, Festa della Mamma, che chiedeva “giustizia per le vittime uccise e ferite” dalla repressione di Paz, “la fine della repressione e della persecuzione dei leader” e “il ritiro dei nostri figli che prestano servizio nell’esercito, perché li abbiamo mandati a servire il loro Paese, non a uccidere i loro padri, madri, fratelli, zii e nonni“.
La possibilità di sviluppare politiche mirate alle caserme, volte a contrastare qualsiasi tentativo repressivo e a conquistare il sostegno dei soldati di truppa, assume un’importanza strategica in uno scenario di crescente radicalizzazione.
Ampi settori della popolazione ritengono di non avere più una reale rappresentanza all’interno dello Stato e percepiscono il governo, il Parlamento e le istituzioni giudiziarie come completamente distaccati e ostili ai loro bisogni.
Ma i settori mobilitati non sono ancora riusciti a implementare e far rispettare pienamente lo sciopero generale a tempo indeterminato in tutti i centri minerari, manifatturieri e dei servizi: l’unico modo per rompere il precario equilibrio a favore delle classi lavoratrici e popolari.
La soluzione repressiva e l’imposizione dello stato d’assedio porta con sé il “rischio” che settori della classe operaia, dei settori popolari e delle comunità indigene e contadine che non hanno ancora aderito alla mobilitazione lo facciano, innescando una grande insurrezione nazionale.
Le radici di questa situazione stanno in rivendicazioni strutturali di lunga data, come la lotta contro il razzismo, l’espropriazione delle terre e il colonialismo, che si identifica con le classi dominanti bianche e meticce.
In questo contesto, le prospettive di semplici cambiamenti istituzionali – elezioni anticipate, successioni negoziate o accordi parlamentari – sembrano incapaci di risolvere la crisi di fondo e promettono un’ulteriore escalation. Lo slogan “Fuori Paz” comincia a fondersi con la necessità, per le organizzazioni impegnate nella lotta, di sviluppare una propria prospettiva.
Dialogo o sciopero generale?
L’Assemblea Nazionale convocata dalla COB per il 31 maggio è stata sospesa.
Prensa Obrera, 30 maggio

Sabato 30 maggio la dirigenza del COB ha sospeso bruscamente l’Assemblea Nazionale, proprio mentre le delegazioni stavano per entrare. L’Assemblea avrebbe dovuto decidere se avviare un “dialogo” con il Presidente Rodrigo Paz o continuare i blocchi stradali e le mobilitazioni dello “Sciopero Generale”, in corso da quasi un mese. I leader della COB hanno giustificato la sospensione con “motivi di sicurezza”.
Dopo le 14:00, manifestanti e centinaia di lavoratori della Federazione dei Consigli di Quartiere (Fejuve) di El Alto hanno espresso la loro rabbia, avvertendo un possibile tradimento da parte dei leader della COB. Temono che si ripeta l’episodio in cui la dirigenza del COB ha annullato il grande sciopero generale di fine anno pugnalando alle spalle le masse in lotta.
Lavoratori e residenti hanno scandito slogan fuori dal complesso: “Dimettiti, cazzo!”, “Il popolo non si farà mettere a tacere!”, “Spenna il pollo!”, rivolti a Rodrigo Paz.
I leader della Fejuve hanno annunciato ai media che lunedì prossimo si terrà un’assemblea pubblica dei comitati mobilitati delle province di El Alto, indipendente dalla COB. Il tema comune degli interventi è stato il rifiuto del dialogo con il presidente, che ha perso ogni credibilità.
Nuovo appello per un’Assemblea Nazionale d’Emergenza
Per tutta la giornata di sabato, si è diffusa sulla stampa la voce di un incontro che si sarebbe tenuto il giorno successivo, domenica 31, tra Argollo, il principale dirigente della COB e Rodrigo Paz. Ciò ha generato ulteriore diffidenza, poiché la centrale avrebbe agito senza mandato.
Di fronte alla diffusione della voce e all’indignazione, soprattutto da parte delle comunità, la dirigenza della COB ha infine indetto l’Assemblea per questa domenica, ma senza pubblico, con la presenza di soli tre rappresentanti per ogni organizzazione. Alcuni settori del movimento attivista sospettano che si tratti di un’operazione di “dialogo” volta a soffocare la rivolta operaia e contadina in corso.
Momenti decisivi
La situazione è critica. La crisi economica si fa sentire pesantemente in seguito all’aumento del prezzo della benzina imposto all’inizio dell’anno. Continuano le rivendicazioni delle masse in lotta: rivendicazioni salariali da parte di minatori, operai e insegnanti; la richiesta dei pensionati di una pensione pari al 100% dei loro contributi; il rifiuto delle privatizzazioni (settore minerario, litio, YPFB, ecc.); la richiesta di sicurezza del posto di lavoro; la richiesta di risarcimento per gli autotrasportatori a causa della benzina adulterata; le rivendicazioni delle masse contadine contro i tentativi di espropriazione delle piccole aziende agricole; e così via, si combinano con la critica all’enorme debito che il governo di Rodrigo Paz ha contratto, pari a miliardi di dollari, con il FMI, la Banca Mondiale e altre istituzioni finanziarie.
La strategia del governo è di logoramento, mentre cerca di creare le condizioni per imporre lo stato d’emergenza.
Il dibattito attuale all’interno del movimento si concentra su come proseguire la lotta.
Si sta aprendo un dibattito tra le masse in lotta su cosa fare di fronte alle possibili dimissioni di Rodrigo Paz. Ma la priorità assoluta è garantire che le rivendicazioni delle masse in lotta e la caduta di Paz vengano soddisfatte. E per raggiungere questo obiettivo, lo sciopero deve essere consolidato, organizzato ed esteso. Le masse aspirano a una situazione in cui il rovesciamento di Paz non porti a un semplice cambio di figure che rappresentino gli stessi interessi di Paz. Un’alternativa concreta è la necessità di un governo provvisorio che nasca dalle masse in lotta. Oggi più che mai si avverte l’esigenza di un partito operaio rivoluzionario che si unisca attorno a un programma di classe e antimperialista per la vasta avanguardia di lotta che sta sviluppando la rivolta boliviana.
La COB decide di respingere il dialogo, chiede le dimissioni di Paz, ma non indice uno sciopero generale
Nella riunione allargata odierna, la COB ha deciso di rimanere ferma sulla sua richiesta di dimissioni di Rodrigo Paz, respingendo qualsiasi tentativo di dialogo e chiedendo la continuazione dei blocchi.
La Izquierda Diario, 31 maggio
Alla riunione allargata hanno partecipato rappresentanti dei settori minerario, manifatturiero e petrolifero, insegnanti rurali, comunità indigene e organizzazioni contadine, nonché gruppi di auto-organizzazione e attivisti dei comitati di blocco e di mobilitazione.
Le delegazioni presenti hanno respinto all’unanimità i tavoli di negoziato proposti dal Presidente Paz e dal Vicepresidente Lara. Hanno inoltre affermato chiaramente che, di fronte a menzogne e incompetenza, l’unica soluzione è che Paz si dimetta. In risposta alle campagne di disinformazione, hanno annunciato pubblicamente che il corridoio umanitario per il passaggio di ambulanze, ossigeno e forniture mediche rimane aperto.
Contemporaneamente, anche il Sindacato dei Lavoratori Tupac Katari (COB) sta tenendo oggi la sua assemblea allargata nella zona di El Alto. Le risoluzioni di questa assemblea non sono ancora note.
Diversi gruppi auto-organizzati, come il Distretto 8 di El Alto, hanno partecipato a entrambe le assemblee, presentando un piano d’azione unitario. All’assemblea della COB hanno sostenuto che, data l’attuale crisi che sta affrontando il Paese, la situazione di stallo può essere risolta solo attraverso un forte intervento di tutti i lavoratori e i settori impegnati nella lotta, compreso uno sciopero generale. Altri distretti hanno aderito a questa proposta.
La COB aveva annunciato uno sciopero generale a tempo indeterminato il 1° maggio, ma si è rifiutata di attuarlo. È trascorso un mese, con quasi 90 blocchi stradali giornalieri in tutto il paese, centinaia di arresti e sette morti per mano delle operazioni repressive del governo Paz. I gruppi auto-organizzati sono stati chiari: “La COB deve indire lo sciopero generale!“.

Le ultime (di ieri, 4 giugno) sono queste: Paz ha presentato all’Assemblea Legislativa un disegno di legge per regolamentare lo stato di emergenza. Sfoggiando una retorica “pacificatrice” (“darci la mano l’un l’altro”, “ritornare ad unire la Bolivia”), il presidente punta sull’impiego di polizia ed esercito contro i blocchi e le proteste che da oltre un mese scuotono il Paese.
Il movimento della rivolta proletaria, india, popolare è ora chiamato a impedire o spezzare lo stato di emergenza con la resistenza. Che la situazione stia evolvendo in questa direzione è testimoniato anche dalle dimissioni del ministro della difesa, che è stato immediatamente sostituito da un figuro (Ernesto Justiniano Urenda) considerato vicinissimo ai servizi statunitensi, e dall’infittirsi degli attacchi a Paz anche dall’estrema destra che lo accusa di non fare nulla per “estirpare il cancro” (il movimento di rivolta) che sta mangiando la Bolivia.
Davanti al rifiuto della direzione della COB di indire lo sciopero generale, a tutt’oggi reiterato, spetta direttamente al movimento della rivolta e alle sue avanguardie rivoluzionarie contrapporsi con tutta la forza necessaria alla messa in atto dello stato di emergenza e aprire la strada, con la caduta di Paz, ad un governo che sia espressione delle necessità proletarie e del rifiuto di sottomettersi ai diktat del FMI e degli Stati Uniti, i veri burattinai che stanno dietro le mosse di Paz e di Lara.
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